Vivere a lungo non dipende solo dalla genetica. Lo dimostra uno studio condotto in Finlandia che ha seguito per oltre 17 anni un campione di 5.576 persone, confrontando il tasso di mortalità tra uomini e donne e distinguendo tra gemelli monozigoti (con DNA identico) e dizigoti. La ricerca, ancora in fase di pre-print e in attesa di peer-review, è stata pubblicata su medRxiv con il titolo Genetic predisposition to longer lifespan, lifestyle factors, and all-cause mortality: a 17-year prospective cohort study.
L’analisi mostra che la longevità presenta un’ereditabilità definita modesta. La genetica ha un’influenza ma non rappresenta il fattore principale. A incidere di più sono gli elementi ambientali ed epigenetici, cioè lo stile di vita, l’alimentazione, lo stress e l’inquinamento.

Vivere a lungo: i dati dello studio finlandese
La ricerca ha utilizzato il modello dei gemelli, impiegato da decenni per distinguere ciò che dipende dai geni e ciò che deriva dall’ambiente. Alcuni comportamenti, come l’abitudine a bere caffè, non hanno una motivazione genetica, mentre patologie come la schizofrenia e l’Alzheimer mostrano una correlazione più forte con il DNA.
Il dato più significativo riguarda i fattori che aumentano il rischio di mortalità:
- il fumo oltre le 20 sigarette al giorno triplica il rischio (3,3 volte superiore rispetto ai non fumatori);
- la sedentarietà e l’abuso di alcol hanno un impatto negativo;
- un basso livello di istruzione incide in misura minore ma rilevante;
- il genere ha un effetto protettivo: le donne hanno mostrato un rischio di morte inferiore del 32% rispetto agli uomini.
In sintesi, la genetica spiega circa il 30% della durata della vita, mentre il restante 70% dipende da fattori ambientali e comportamentali. Il DNA non agisce in modo isolato, ma è influenzato dall’ambiente. Alimentazione, esercizio fisico e relazioni sociali possono modificare l’espressione dei geni, alterando i meccanismi biologici che regolano l’invecchiamento.
I limiti dello studio
Gli autori dello studio segnalano alcuni limiti. Il campione era costituito da volontari, quindi con il rischio di “bias del volontario in salute”: chi partecipa tende a essere più attento al proprio benessere rispetto alla popolazione generale. Inoltre, il contributo genetico è stato stimato tramite punteggi basati su varianti comuni, molto frequenti nella popolazione. Restano quindi escluse varianti rare che potrebbero avere un impatto rilevante sulla durata della vita.
Test genetici e medicina preventiva
Lo studio mette in evidenza che i test genetici commerciali non sono strumenti affidabili per prevedere la longevità individuale. Ogni analisi deve essere interpretata da uno specialista.
In conclusione, la genetica non basta a spiegare le differenze nella longevità. Fumo, alcol, sedentarietà e istruzione incidono sul rischio di mortalità, mentre scelte consapevoli in termini di attività fisica, alimentazione e relazioni sociali possono contribuire a vivere più a lungo.
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“Questo lavoro rafforza una convinzione che guida la nostra attività da molti anni – commenta il professor Giovanni de Gaetano, presidente del Neuromed – La prevenzione non è un concetto astratto, è semplice e non richiede interventi complessi: può essere misurata, applicata su larga scala, e può portare risultati concreti per milioni di persone. Conoscere l’impatto dei singoli fattori aiuta anche a orientare le politiche sanitarie e gli interventi mirati”.
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