Una particolare alterazione genetica potrebbe aiutare a riconoscere, già al momento della diagnosi, un gruppo di bambini con leucemia linfoblastica acuta caratterizzato da un profilo di rischio più elevato. Al centro della scoperta c’è Pax5, un gene fondamentale per lo sviluppo di alcune cellule del sangue e già noto da tempo per il suo coinvolgimento nella malattia.
A rafforzare questa ipotesi è uno studio pubblicato sulla rivista Blood e condotto dai ricercatori del Centro di ricerca della Fondazione Tettamanti nell’ambito di una collaborazione internazionale che ha coinvolto centri di cura italiani, tedeschi e austriaci.
La ricerca non si limita però a individuare un possibile indicatore di maggiore rischio. I risultati raccolti in laboratorio suggeriscono anche l’esistenza di una vulnerabilità delle cellule leucemiche che, in futuro, potrebbe diventare un punto da cui partire per sviluppare strategie terapeutiche più mirate.
Pax5, l’interruttore che accompagna la crescita dei linfociti B
Per comprendere l’importanza della scoperta bisogna partire dal ruolo di Pax5. Questo gene può essere immaginato come uno degli interruttori che regolano il percorso di maturazione dei linfociti B, cellule del sistema immunitario coinvolte nella forma di leucemia studiata dai ricercatori.
Quando il meccanismo funziona correttamente, Pax5 contribuisce a guidare queste cellule lungo le diverse fasi del loro sviluppo. Se invece il gene viene alterato, questo processo può essere disturbato e creare condizioni favorevoli alla trasformazione tumorale.
Pax5 è infatti considerato uno dei bersagli genetici più frequentemente coinvolti nella leucemia linfoblastica acuta dei precursori B. Alterazioni che interessano questo gene vengono individuate, complessivamente, in circa il 30% dei casi.
Non tutte queste anomalie sono però uguali. Lo studio si è concentrato in particolare sul cosiddetto riarrangiamento di Pax5, una situazione nella quale il gene si fonde in maniera anomala con un altro gene.
Un gruppo di 159 pazienti con caratteristiche particolari
I ricercatori hanno analizzato un sottogruppo composto da 159 pazienti nei quali era presente questo specifico riarrangiamento genetico.
Il confronto con altri bambini affetti dalla stessa malattia, ma senza questa alterazione, ha fatto emergere alcune differenze importanti già alla diagnosi. I pazienti con Pax5 riarrangiato mostravano infatti più frequentemente caratteristiche cliniche considerate associate a un rischio maggiore.
Tra i segnali osservati spicca una conta dei globuli bianchi più elevata. Si tratta di un parametro che viene attentamente valutato quando viene diagnosticata una leucemia linfoblastica acuta e che, insieme a numerose altre informazioni cliniche e biologiche, contribuisce a costruire il profilo della malattia del singolo paziente.
L’alterazione di Pax5 potrebbe quindi aiutare a definire con maggiore precisione un sottogruppo di leucemie che presenta caratteristiche specifiche, aggiungendo un nuovo tassello alla sempre più dettagliata classificazione biologica di questi tumori pediatrici.
Nelle cellule emerge anche un possibile punto debole
Lo studio ha portato alla luce anche un altro elemento interessante. Le cellule leucemiche caratterizzate dal riarrangiamento di Pax5 producono in quantità eccessiva una proteina codificata dal gene FLT3.
Questo comportamento ha attirato l’attenzione dei ricercatori perché la proteina può rappresentare un possibile bersaglio da colpire.
Nei modelli preclinici sviluppati in laboratorio, le cellule con Pax5 riarrangiato hanno infatti mostrato una particolare sensibilità quando l’attività di FLT3 veniva bloccata attraverso una terapia mirata. L’approccio utilizzato nella sperimentazione appartiene a una classe di trattamenti già impiegata in ambito clinico contro altre forme di leucemia.
È un risultato che rende la scoperta ancora più interessante: non soltanto questa alterazione genetica potrebbe aiutare a individuare pazienti con caratteristiche di rischio differenti, ma potrebbe anche indicare una specifica vulnerabilità biologica delle cellule tumorali.
La strada verso nuove terapie è ancora da verificare
Il passaggio dal laboratorio alla cura dei pazienti, tuttavia, non è automatico. I risultati ottenuti sono per il momento preclinici e non dimostrano che questa strategia possa già essere utilizzata nei bambini con leucemia caratterizzata dal riarrangiamento di Pax5.
Serviranno ulteriori studi per capire se l’effetto osservato nei modelli sperimentali possa essere confermato e, soprattutto, in quali condizioni un approccio di questo tipo possa essere valutato nella pratica clinica.
La ricerca apre comunque una prospettiva importante: conoscere sempre meglio le caratteristiche genetiche della leucemia significa non considerare più la malattia come un unico blocco, ma distinguere gruppi di pazienti nei quali il tumore può avere comportamenti e punti deboli differenti.
Ed è proprio da queste differenze che potrebbe passare il futuro delle cure: identificare con maggiore precisione la biologia della malattia per scegliere, quando sarà possibile, strategie sempre più costruite sulle caratteristiche delle cellule leucemiche.
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