Donare il proprio corpo alla ricerca scientifica e alla formazione medica. Una decisione che ha un valore importante, che permette anche “dopo” di fare qualcosa per gli altri, per il futuro. Ma è un tema difficile da affrontare, ancora tabù, che suscita reazioni di rifiuto, di sdegno. E ci sta. C’è carenza di informazioni, di quelle che potrebbero permettere a ciascuno di colmare le inevitabili lacune, di prendere una decisione in assoluta autonomia, che può essere anche un “no, grazie”. Ma qualcosa sta cambiando. “Da parte mia” è la prima campagna nazionale di informazione e comunicazione sulla donazione del corpo post-mortem, è stata lanciata a maggio scorso e affidata dal Ministero della Salute alla Regione Emilia-Romagna. Il tema è salito alla ribalta poi quando è stata resa nota la volontà di donare il corpo alla scienza da parte di Sammy Basso, il giovane ricercatore affetto da una malattia rara, deceduto nel mese di ottobre 2024. Ed è sempre dello stesso anno, ma nel mese di marzo, la pubblicazione di “Il primo paziente”, una graphic novel frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Medicina e Anatomia, il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna e il Dipartimento di Progettazione e Arti applicate dell’Accademia di Belle Arti di Bologna.
Ma la strada è ancora lunga. «Il passaparola sembra funzionare in modo sorprendentemente efficace, sia tra i cittadini sia all’interno del mondo medico», interviene Giorgio Pajardi, Direttore Scientifico CadaverLab, Centro di riferimento per la conservazione e l’utilizzazione dei corpi dei defunti dell’IRCCS MultiMedica e Ordinario di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva presso l’Università degli Studi di Milano. «Anche in assenza di una vera e propria campagna strutturata di divulgazione, l’interesse cresce e le richieste aumentano. Resta però evidente la necessità di un’informazione più sistematica e coordinata, capace di spiegare con chiarezza finalità, modalità e limiti della donazione».
Il tema è ancora sconosciuto ai più nonostante ci sia una legge, la 10/2020, che indica in quali casi e come è possibile la donazione e i Centri sul territorio nazionale identificati finora per la conservazione e l’utilizzazione dei corpi. «A distanza di oltre cinque anni dalla nascita della Legge, cresce sempre di più l’interesse verso i centri universitari che prevedono l’utilizzo dei cadaveri nella formazione sanitaria», ha raccontato Pierpaolo Sileri, Prorettore alla didattica e Ordinario di Chirurgia Generale dell’Università Vita-Salute San Raffaele e “padre” della Legge, nel suo intervento nel corso di una recente giornata sul tema. «La strada intrapresa è senz’altro quella corretta. Certo, saranno necessari ulteriori fondi per sostenerla, perché la donazione del proprio corpo contribuisce concretamente al progresso della medicina, permettendo ai giovani medici un percorso formativo completo ed efficace, tanto più in quegli ambiti nei quali la formazione si avvale anche di innovative tecniche di simulazione. La vita non finisce con la morte, se diventa uno strumento di apprendimento e cura per chi verrà dopo di noi».
Per donare il proprio corpo post-mortem, dice la legge, è necessario esprimere la propria volontà in vita attraverso un modulo di consenso e depositarlo, dal donatore insieme a un fiduciario, presso la propria Azienda Sanitaria Locale. Da qui, l’informazione viene trasmessa alla Banca Dati nazionale. Al decesso della persona, è compito del fiduciario informare il medico sulla volontà in modo da procedere con gli accertamenti burocratici. Il corpo viene quindi trasferito al centro di ricerca o all’università indicati, dove sarà utilizzato per fini scientifici o didattici. Entro un anno, sottolinea la legge, il corpo viene restituito ai familiari, con le spese funerarie a carico del Centro. Attualmente sono dieci le Strutture di riferimento: in due successivi aggiornamenti alla legge sono indicati nel dettaglio i requisiti necessari per chi vuole presentare la candidatura.
«L’utilizzo dei corpi per formare gli specializzandi di tutte le chirurgie specialistiche accelera e qualifica la loro preparazione a tutto vantaggio dei pazienti», sottolinea Pajardi. «All’Università degli Studi di Milano è stato creato un coordinamento dei Direttori di tutte le Scuole di Specialità ad indirizzo chirurgico, a me affidato, che permette di inserire questo prezioso momento di formazione nel percorso di apprendimento di tutti gli specializzandi dell’Università di Milano».
Parallelamente al livello istituzionale, si è sviluppata una rete più informale tra i centri, attraverso incontri di aggiornamento e call tra i professionisti coinvolti. «In uno di questi momenti di confronto, che ha visto la partecipazione anche di realtà storicamente impegnate nella dissezione anatomica, come i Centri di Padova e di Bologna, sono emerse conferme delle difficoltà già note», continua Pajardi. «Il nodo principale resta lo scollamento tra il piano normativo e quello operativo. I centri riconosciuti dal Ministero devono essere già attrezzati per ottenere l’autorizzazione, ma una volta avviata l’attività si trovano a fare i conti con regole di gestione spesso poco razionali».
Una delle criticità più rilevanti riguarda l’imputazione dei costi. Il sistema attuale, infatti, consente alcune spese e ne vieta altre in modo apparentemente illogico: non è possibile acquistare uno strumento, ma lo si può noleggiare a costi maggiori. E ancora, non si può assumere personale dedicato, ma si può ricorrere a contratti annuali di consulenza, con difficoltà concrete nella gestione quotidiana. Gli infermieri, ad esempio, non possono essere integrati stabilmente nell’organico pur svolgendo un ruolo essenziale.
«Tra le criticità c’è anche la mancanza di celle frigorifere», racconta Pajardi. «In alcuni momenti il numero di corpi accolti ha raggiunto il limite massimo disponibile, rendendo impossibile accettare nuove donazioni. Episodi simili si sono verificati anche in altri ospedali, costretti a rifiutare per semplice mancanza di spazio. Una possibile soluzione potrebbe essere la stipula di accordi convenzionali con istituti di medicina legale o altre strutture dotate di maggiore capacità frigorifera, utilizzandole come supporto temporaneo nei momenti di saturazione e con costi esigui».
Nel frattempo, l’attività prosegue compatibilmente con le difficoltà. I corsi di formazione vengono regolarmente organizzati, generalmente della durata di due o tre giorni, nel rispetto dei tempi tecnici necessari per la gestione e la conservazione dei corpi. Insomma, il percorso è avviato, ma la strada verso un sistema pienamente funzionante e sostenibile è ancora tutta da costruire.
«La Regione Lombardia ha avviato un percorso di coordinamento con l’idea di istituire un registro regionale», conclude Pajardi. «Certo, la realizzazione di un registro comporta tempi lunghi e vincoli procedurali significativi e i Centri, il nostro compreso, ne sono consapevoli. Nonostante ciò, la proposta è stata accolta come una base necessaria su cui costruire il futuro della rete regionale».
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