Tempo di lettura: 3 minutiGli obesi in Campania sono oggi 500.000 e le comorbilità legate a questa patologia destano sempre maggiore preoccupazione. L’obesità grave, infatti, incide pesantemente sulla qualità di vita delle persone che ne sono affette riducendo le aspettative di vita di quasi 15 anni. A questo si aggiunge il rischio di morte per le comorbilità, come le malattie cardiovascolari che aumentano di oltre il 50% la mortalità e il diabete che determina il 40% di possibilità di decesso. Tra le malattie croniche connesse all’obesità vi sono anche le artropatie e i problemi della colonna vertebrale. In aumento anche i tumori a carico di vari organi. La ripercussione in termini economici è notevole. I costi sanitari diretti per il paziente obeso aumentano di oltre il 50% rispetto a quelli sostenuti per un paziente normopeso, mentre quelli indiretti ammontano ad oltre 300 euro per persona l’anno con un aumento del costo pro-capite dell’8% per ogni punto di indice di massa corporea (dati del Ministero della Salute sulle strategie di intervento 2016-2019). Per la sola regione Campania quindi, la voce “obesità” comporta una spesa di circa 900 milioni di euro.
PDTA
Nasce da qui il dibattito “Reti per la gestione del paziente obeso alla luce della nuova governance sanitaria in Regione Campania”, che si è svolto ieri 15 giugno a Napoli. Ad aprire la giornata è stato Giorgio Garofalo, Presidente ONS – Obesità, Nutrizione e Salute, una realtà di oltre 3mila pazienti, nata circa un anno fa per supportare i pazienti obesi – con una lettera aperta al Governatore della Campania Vincenzo de Luca affinché si migliorino i percorsi diagnostico terapeutici dedicati al paziente obeso, confermando la volontà di non andare fuori Regione e di voler essere curati nei centri di eccellenza del territorio.
Chirurgia bariatrica
Secondo la comunità scientifica la chirurgia bariatrica rappresenta la soluzione più efficace, che consente un calo di peso significativo, con ripercussioni positive sulle comorbilità e di conseguenza anche sui costi sociali. Lo conferma anche un’analisi del Centro di Studio e Ricerca sulla Sanità Pubblica (CESP) dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, in cui viene dimostrato che il rapporto di costo-efficacia della chirurgia bariatrica in Italia è molto più vantaggioso rispetto ad un approccio non chirurgico, nel medio e nel lungo periodo. Lo studio afferma che, con la chirurgia bariatrica si può ottenere un guadagno per paziente di oltre tre anni di vita vissuta in condizioni di salute ottimali e una riduzione della spesa per paziente di 8.649 euro. Un dato a conferma dell’aumento degli interventi di chirurgia dell’obesità in Italia: oltre 11.000 nel 2015 contro gli 8000 del 2014. Dei 130 centri riconosciuti in Italia, una decina si trova in Campania. Quelli indicati dalla SICOB come centri di riferimento sono:
1. San Giovanni Bosco – Napoli;
2. A.O.U. Università Degli Studi Di Napoli “Federico II”, Dipartimento Di Medicina Clinica e Chirurgia;
3. Presidio Ospedaliero – Pineta Grande di Castelvolturno,
4. A.Cardarelli – Uosd Chirurgia Bariatrica e Metabolica – Napoli,
5. Università degli studi di Salerno A.O.U. San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona Ospedale G. Fucito- Salerno,
6. Azienda Policlinico Universitario –Sun – Napoli,
7. Seconda Università di Napoli;
8. Villa Betania – Napoli
Ciò nonostante, continua incessante la migrazione sanitaria. Su 1.684 pazienti operati nel 2016 il 20% è andato fuori regione. L’appello è dunque destinato ad interrompere il turismo sanitario, non giustificato in una Regione come la Campania, come spiega Luigi Piazza, Presidente della SICOB. «La Campania offre un sistema più che adeguato per la ricezione e la cura dei pazienti grazie alle sue strutture di eccellenza e ai validi professionisti presenti. Il problema oggi sono le liste di attesa troppo lunghe. Sono queste, infatti, che inducono i pazienti ad andare fuori Regione. Nonostante ciò, nel 2016, i centri di chirurgia bariatrica campani hanno effettuato oltre 1.000 interventi ed un follow-up di pazienti operati pari a circa 4.000. Occorre quindi individuare i centri di eccellenza, investire su di loro e potenziarli. Questo però compete esclusivamente alla politica. Siamo certi, infatti, che l’implementazione di un percorso diagnostico terapeutico assistenziale (PDTA) finalizzato alla valorizzazione di centri di eccellenza, consentirebbe, entro un anno, di dimezzare la migrazione sanitaria».
“Un paziente obeso ha infatti bisogno di una rete assistenziale con un approccio multidisciplinare che lo prenda in carico, lo accompagni e lo guidi nel suo percorso di cura fino ad arrivare, nei casi più gravi, all’intervento chirurgico. Per potersi sottoporre all’intervento, però, occorre seguire un iter fatto di dieta e psicoterapia, al fine di raggiungere il calo ponderale necessario. Si tratta di un percorso lungo, difficile e pieno di ostacoli che può essere superato.
Apnee notturne, curarle fa bene al cuore
PrevenzioneLe apnee notturne incidono sulla qualità del sonno e sul metabolismo, alzando i livelli di glicemia nel sangue e fanno male alla salute dell’apparato cardiovascolare. Il loro trattamento è una strategia elettiva per evitare queste complicazioni. Lo dimostra un recente studio dell’Università di Baltimora.
Insomma, trattare in modo corretto le apnee notturne (OSA – Obstructive Sleep Apnea) produce benefici a livello cardiaco e sulla glicemia. Lo studio è coordinato da Jonathan Jun, della Johns Hopkins University di Baltimora. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism.
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno preso in considerazione 31 persone con OSA da moderata a grave, note per utilizzare regolarmente il cPAP. I partecipanti hanno dormito due notti in laboratorio, utilizzando l’apparecchio solo una notte. Durante il sonno, i ricercatori hanno raccolto campioni di sangue ogni 20 minuti. Jun e colleghi hanno visto prima di tutto che nella notte in cui non veniva utilizzato il cPAP, le apnee notturne tornavano. In queste persone, inoltre, venivano registrati bassi livelli di ossigeno nel sangue, sonno disturbato e un aumento della frequenza cardiaca. Mentre dai campioni di sangue sarebbe emerso un aumento dei livelli di acidi grassi, del glucosio e dell’ormone dello stress, il cortisolo. I ricercatori hanno anche evidenziato un aumento della pressione sanguigna e della rigidità arteriosa, collegati con un rischio cardiaco.
HIV – Epatite C: in Italia 20mila coinfetti. A luglio la campagna
PrevenzioneIn Italia, tra le persone positive all’Hiv ci sarebbero almeno 15-20 mila pazienti con infezione da Epatite C (Hcv) ancora attiva. Ogni anno, dei 4 mila nuovi casi di infezione da Hiv, 250 soggetti hanno anche l’infezione da Hcv. L’Hiv influisce negativamente sull’evoluzione dell’infezione da Hcv: ne fa aumentare la sua carica virale e il tasso di progressione verso fibrosi e cirrosi e la mortalità Hcv‐correlata. I pazienti con la coinfezione hanno una più alta prevalenza di infezione da genotipo 1a e 3 di Hcv, nonché una più alta prevalenza del cofattore di danno da alcol.
Da poco si è conclusa la IX edizione di Icar, l’Italian Conference on Aids and Antiviral Research che ha coinvolto, all’Università di Siena, oltre mille specialisti. Al termine del Congresso è stata presentata la nuova campagna, che partirà a luglio, per combattere l’epatite C (Hcv) nei pazienti coinfetti con Hiv. In Italia ci sono almeno 15-20 mila pazienti di questo tipo. Le nuove terapie sono in grado di eradicare l’epatite C in oltre il 95% dei casi.
La nuova campagna di eradicazione dell’epatite C (Hcv) nei pazienti coinfetti con Hiv è promossa da Simit, la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali.
L’obiettivo della Simit è eliminare l’Hcv in questa popolazione nell’arco di un triennio. Per ottenere questo risultato, vuole coinvolgere in un lavoro comune le Associazioni dei pazienti. È in corso inoltre un’importante sinergia con la Fondazione Icona, che sta sviluppando una progettualità di ricerca su questo tema, a supporto e a validazione dei risultati del piano di eradicazione. Lo scopo è di implementare il supporto assistenziale al paziente, attraverso programmi che facilitino l’assunzione dei farmaci. Secondo gli organizzatori della campagna, serve sostenere i centri di minori dimensioni, favorendo l’accesso ai Daa (direct acting antiviral) dei pazienti ad essi afferenti, favorendo il coordinamento dei maggiori centri erogatori.
“La coinfezione Hiv/Hcv – ha spiegato Massimo Galli, Vicepresidente Simit, Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Milano – determina interazioni patogenetiche che causano nelle persone colpite una maggior incidenza di malattie cardiovascolari, danno renale, malattie metaboliche e un’accelerazione della progressione dell’infezione da Hcv. Per tutti questi motivi l’eradicazione tempestiva dell’infezione da Hcv nelle persone con infezione da Hiv è da considerarsi una priorità, indipendentemente dal grado di compromissione epatica raggiunto. I risultati della terapia con Daa nelle persone con Hiv dimostrano inoltre percentuali di successo del tutto analoghe a quelle registrate negli Hiv-negativi, anche nei casi definibili come ‘difficili’, nei pregressi fallimenti a terapie antivirali basate sull’interferone e nei cirrotici”.
“In Italia – ha detto Andrea De Luca, Direttore Malattie Infettive Università di Siena – il fenomeno della coinfezione, cioè di pazienti che hanno infezione sia da Hcv che da Hiv, costituisce una percentuale abbastanza alta: il 25% delle persone con Hiv ha anche l’epatite C. Oggi però ci sono nuovi trattamenti per l’epatite C: i dati presentati ad Icar presentano come, soprattutto in Italia, queste nuove terapie sono in grado di eradicare l’epatite C anche in chi è affetto da Hiv in oltre il 95% dei casi. Sono risultati addirittura superiori agli studi clinici, a dimostrazione che nei centri infettivologici italiani si fa una terapia molto attenta, fatta da personale molto esperto e mirata sul paziente”.
“La maggior parte dei pazienti coinfetti – ha aggiunto De Luca – è nota ai centri ed è già seguita, rendendo più rapidamente praticabile questo processo rispetto all’eradicazione generale. Ciò è molto importante perché una parte di trasmissione dell’epatite C in Italia avviene proprio nell’ambito della popolazione coinfetta e nei pazienti affetti da Hiv l’epatite C fa molti più danni a tutti gli organi. È dunque una priorità. Simit si sta impegnando molto e ICAR sarà un punto cruciale perché raccoglie tutti gli attori coinvolti in questo processo. L’obiettivo ambizioso è quello di verificare se nell’ambito del prossimo anno sia possibile intraprendere il trattamento nel 90% di questi pazienti”.
I grandi obesi in fuga verso il Nord
News PresaGli obesi in Campania sono oggi 500.000 e le comorbilità legate a questa patologia destano sempre maggiore preoccupazione. L’obesità grave, infatti, incide pesantemente sulla qualità di vita delle persone che ne sono affette riducendo le aspettative di vita di quasi 15 anni. A questo si aggiunge il rischio di morte per le comorbilità, come le malattie cardiovascolari che aumentano di oltre il 50% la mortalità e il diabete che determina il 40% di possibilità di decesso. Tra le malattie croniche connesse all’obesità vi sono anche le artropatie e i problemi della colonna vertebrale. In aumento anche i tumori a carico di vari organi. La ripercussione in termini economici è notevole. I costi sanitari diretti per il paziente obeso aumentano di oltre il 50% rispetto a quelli sostenuti per un paziente normopeso, mentre quelli indiretti ammontano ad oltre 300 euro per persona l’anno con un aumento del costo pro-capite dell’8% per ogni punto di indice di massa corporea (dati del Ministero della Salute sulle strategie di intervento 2016-2019). Per la sola regione Campania quindi, la voce “obesità” comporta una spesa di circa 900 milioni di euro.
PDTA
Nasce da qui il dibattito “Reti per la gestione del paziente obeso alla luce della nuova governance sanitaria in Regione Campania”, che si è svolto ieri 15 giugno a Napoli. Ad aprire la giornata è stato Giorgio Garofalo, Presidente ONS – Obesità, Nutrizione e Salute, una realtà di oltre 3mila pazienti, nata circa un anno fa per supportare i pazienti obesi – con una lettera aperta al Governatore della Campania Vincenzo de Luca affinché si migliorino i percorsi diagnostico terapeutici dedicati al paziente obeso, confermando la volontà di non andare fuori Regione e di voler essere curati nei centri di eccellenza del territorio.
Chirurgia bariatrica
Secondo la comunità scientifica la chirurgia bariatrica rappresenta la soluzione più efficace, che consente un calo di peso significativo, con ripercussioni positive sulle comorbilità e di conseguenza anche sui costi sociali. Lo conferma anche un’analisi del Centro di Studio e Ricerca sulla Sanità Pubblica (CESP) dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, in cui viene dimostrato che il rapporto di costo-efficacia della chirurgia bariatrica in Italia è molto più vantaggioso rispetto ad un approccio non chirurgico, nel medio e nel lungo periodo. Lo studio afferma che, con la chirurgia bariatrica si può ottenere un guadagno per paziente di oltre tre anni di vita vissuta in condizioni di salute ottimali e una riduzione della spesa per paziente di 8.649 euro. Un dato a conferma dell’aumento degli interventi di chirurgia dell’obesità in Italia: oltre 11.000 nel 2015 contro gli 8000 del 2014. Dei 130 centri riconosciuti in Italia, una decina si trova in Campania. Quelli indicati dalla SICOB come centri di riferimento sono:
1. San Giovanni Bosco – Napoli;
2. A.O.U. Università Degli Studi Di Napoli “Federico II”, Dipartimento Di Medicina Clinica e Chirurgia;
3. Presidio Ospedaliero – Pineta Grande di Castelvolturno,
4. A.Cardarelli – Uosd Chirurgia Bariatrica e Metabolica – Napoli,
5. Università degli studi di Salerno A.O.U. San Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona Ospedale G. Fucito- Salerno,
6. Azienda Policlinico Universitario –Sun – Napoli,
7. Seconda Università di Napoli;
8. Villa Betania – Napoli
Ciò nonostante, continua incessante la migrazione sanitaria. Su 1.684 pazienti operati nel 2016 il 20% è andato fuori regione. L’appello è dunque destinato ad interrompere il turismo sanitario, non giustificato in una Regione come la Campania, come spiega Luigi Piazza, Presidente della SICOB. «La Campania offre un sistema più che adeguato per la ricezione e la cura dei pazienti grazie alle sue strutture di eccellenza e ai validi professionisti presenti. Il problema oggi sono le liste di attesa troppo lunghe. Sono queste, infatti, che inducono i pazienti ad andare fuori Regione. Nonostante ciò, nel 2016, i centri di chirurgia bariatrica campani hanno effettuato oltre 1.000 interventi ed un follow-up di pazienti operati pari a circa 4.000. Occorre quindi individuare i centri di eccellenza, investire su di loro e potenziarli. Questo però compete esclusivamente alla politica. Siamo certi, infatti, che l’implementazione di un percorso diagnostico terapeutico assistenziale (PDTA) finalizzato alla valorizzazione di centri di eccellenza, consentirebbe, entro un anno, di dimezzare la migrazione sanitaria».
“Un paziente obeso ha infatti bisogno di una rete assistenziale con un approccio multidisciplinare che lo prenda in carico, lo accompagni e lo guidi nel suo percorso di cura fino ad arrivare, nei casi più gravi, all’intervento chirurgico. Per potersi sottoporre all’intervento, però, occorre seguire un iter fatto di dieta e psicoterapia, al fine di raggiungere il calo ponderale necessario. Si tratta di un percorso lungo, difficile e pieno di ostacoli che può essere superato.
Un test unico per scoprire le allergie. È stato creato a Napoli
Ricerca innovazioneSi chiama ‘Faber‘ ed è uno strumento diagnostico che consente con un unico test di verificare la sensibilità a 244 allergeni. A idearlo è stato il team guidato da Maria Antonietta Ciardiello dell’Istituto di bioscienze e biorisorse del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli (Ibbr-Cnr).
Il marchio è stato recentemente registrato presso l’ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale. Gli aspetti tecnici, clinici, diagnostici e professionali del test – frutto di un lavoro in collaborazione con i Centri associati di allergologia molecolare (Caam), l’Allergy Data Laboratories (Adl) e con il supporto dell’azienda austriaca MacroarrayDx – saranno portati al meeting della European Academy of Allergology and Clinical Immunology in corso a Helsinki dal 17 al 21 giugno 2017.
“Faber è stato sviluppato grazie all’uso delle nanotecnologie: gli allergeni sono infatti accoppiati a piccolissimi supporti (nanobeads), utilizzando diversi tipi di legami chimici e ottimizzando la coniugazione delle proteine allergeniche con il supporto. Il dispositivo è costituito da un biochip sul quale sono immobilizzate 244 preparazioni allergeniche: 122 molecole e 122 estratti caratterizzati, provenienti da circa 150 differenti fonti allergeniche (alimenti, pollini, acari, epiteli, muffe, lattice, veleni di api e vespe, tessuti), che attraverso un unico test sierologico permettono di analizzare contemporaneamente la sensibilità a tutti gli allergeni”, spiega Ciardiello. “Nella raccolta di preparazioni allergeniche sono presenti componimenti esclusivi, realizzati e controllati costantemente dal gruppo Ibbr-Cnr, mentre il test, che prevede l’uso di siero o plasma umano e di un anticorpo anti-Immunoglobina E (IgE), viene eseguito dagli allergologi del Caam diretti da Adriano Mari”. Il Caam fornisce anche i risultati al paziente online tramite la cartella clinica elettronica ‘InterAll’ e attraverso il Caam Digital Reporting System (Cdrs): “La documentazione e l’interpretazione dei risultati, a differenza di un normale referto cartaceo, si aggiornano costantemente sulla base dei nuovi dati scientifici estratti dalla banca dati degli allergeni Allergome creata da Adl (www.allergome.org). Una versione professionale del software, Cdrs pro permette l’accesso agli specialisti, così da aggiornarli sulle novità del test, seguire tutorial e confrontarsi con casistiche reali. La documentazione del sito, accessibile da smartphone, tablet e pc, è disponibile in nove lingue, incluso il cinese”, prosegue la ricercatrice Cnr.
L’allergia, definita dall’Organizzazione mondiale della sanità “una patologia non trasmissibile fuori controllo“, negli ultimi dieci anni ha subito un notevole incremento, coinvolgendo quasi il 40% della popolazione mondiale. Influenzata dalla posizione geografica e dalle condizioni climatiche può, in alcune forme, essere causa di malattie croniche a rischio per la vita stessa dei soggetti allergici. “Faber rappresenta uno strumento diagnostico tecnologicamente avanzato e conta su un’ampia collezione di allergeni”, conclude Ciardiello. “Il test non necessita del digiuno preventivo da parte del paziente e non è influenzato dall’assunzione di farmaci, neanche di quelli prescritti per il trattamento dell’allergia. Necessita di 4 ore per l’esecuzione e la pubblicazione dei risultati è immediata”.
Ricercatori italiani scoprono come fermare i tic motori
Ricerca innovazioneUn gruppo di ricercatori italiani ha scoperto un ‘interruttore’ dei tic, il meccanismo neurale che gli dà origine, studiando la ‘sindrome di Tourette’. Un risultato molto importante, pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Lo studio è stato condotto da Marco Bortolato della University of Utah e Graziano Pinna della University of Illinois a Chicago. La ricerca suggerisce anche una possibile via di cura con farmaci che spengano l”’interruttore” del disturbo, farmaci già in uso con altre indicazioni mediche.
La sindrome di Tourette (un disturbo neurologico che esordisce nell’infanzia), spiega Pinna all’ANSA, è associato a molti tic motori e almeno uno vocale, ma esistono altri disturbi da tic e nell’insieme si stima che il 4-5% dei bambini soffra di disturbi da tic. Nella sindrome di Tourette vi è un’estrema variabilità dei tic, che si presentano con significative variazioni di intensità e frequenza. Il tutto si aggrava quando il paziente è in condizioni di stress e tensione. “La nostra ricerca (su modelli animali) – afferma Bortolato – ha dimostrato che lo stress acuto aumenta le manifestazioni simili ai tic tramite l’aumento di ‘allopregnanolone'”, un ormone dello stress prodotto nel cervello. Infatti gli esperti hanno visto che somministrando allopregnanolone agli animali, aumenta il disturbo, e che, al contrario, farmaci che fermano la sintesi di questo ormone riducono frequenza e intensità dei movimenti involontari. “La scoperta apre a nuovi sviluppi terapeutici, e si allinea con precedenti risultati ottenuti in collaborazione con l’Università di Cagliari”, prosegue Bortolato. Questi studi hanno mostrato che farmaci che bloccano la sintesi dell’allopregnanolone riducono i tic in pazienti che non rispondono ad altre terapie. “Studi futuri saranno condotti su nuovi farmaci che possano ridurre la produzione e quindi l’azione dell’allopregnanolone”, conclude Pinna, sì da migliorare la qualità della vita dei pazienti.
Ematologia, Avellino si candida a polo di riferimento
News Presa«L’Irpinia si candida a diventare polo europeo per la cura del paziente ematologico e la ricerca in campo medico». La novità emerge dal convegno organizzato dalla sezione irpina dell’Ail e tenutosi ieri al convento di San Francesco a Folloni a Montella.E’ in questa occasione che si sono confrontati medici, ricercatori, amministratori e cittadini su quello che potrebbe essere un nuovo modello di cure domiciliari. Ad aprire i lavori, è stato Ettore Volpe, primario emerito della divisione di ematologia dell’azienda ospedaliera San Giuseppe Moscati di Avellino, che ha illustrato le tappe per la creazione di una rete della solidarietà, ormai trentennale, capace di supportare la ricerca e le attività tese a migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti da patologie oncologiche.
Nuovi traguardi
Il dottor Antonio Volpe, dirigente medico del Moscati, ha poi spiegato quali sono le nuove tecniche di trapianto di midollo osseo, una realtà decennale consolidata nel contesto nazionale: «Curarsi in Irpinia è un vantaggio. Avellino rappresenta un’eccellenza indiscussa e grazie al contributo di tutti possiamo farla diventare centro europeo del settore». Nel corso del dibattito è intervenuta anche la dottoressa Anna Marro, in rappresentanza della Asl di Avellino, che ha chiarito quali siano i nuovi piani dell’azienda sanitaria locale per quanto riguarda l’organizzazione dell’assistenza domiciliare, a partire da quelli che saranno gli investimenti rivolti alle nuove tecnologie. «In un contesto eterogeneo come quello irpino, l’innovazione è basilare per offrire un servizio più capillare per le comunità».
fare rete
Angelo Percopo, direttore dell’azienda ospedaliera San Giuseppe Moscati, rispondendo all’appello di Ferruccio Capone, sindaco di Montella, ha rimarcato invece l’importanza di effettuare maggiore programmazione rispetto a quelle scelte che toccano la sanità. «E’ necessaria una maggiore collaborazione tra gli ospedali e chi opera sui territori. Non bisogna dividere le risorse, ma guardare a lungo termine, partendo dalle positività e non badando all’immediato». Un appello rivolto ai giovani amministratori, rappresentati nel tavolo da Alberto Bilotta, consigliere comunale di Avellino, che ha concluso l’assise, ribadendo l’impegno della nuova classe dirigente a confrontarsi e raccogliere sempre più le richieste provenienti dai territori.
Cancro dello stomaco, ora si può battere
Ricerca innovazioneIl cancro dello stomaco è sempre stato un “nemico insidioso”, ma ora è diventato un avversario battibile. Aumenta infatti la sopravvivenza per questo tipo di cancro (GEJ) che è la quinta forma più comune al mondo e la terza principale causa di morte per tumore. I numeri “Giovanni Paolo II” non mentono: 440 sono i pazienti trattati in oltre un decennio, 40 solo nell’ ultimo anno e mezzo, con una morbidità e mortalità sovrapponibile ai risultati della letteratura nazionale e internazionale.
Chirurgia mininvasiva
Se l’Irccs barese sta diventando uno dei nosocomi da segnare sulla mappa delle eccellenze, si deve soprattutto all’impiego delle metodiche mininvasive più moderne e all’introduzione della laparoscopia per tutti i tumori addominali, tecniche diventate routine proprio con l’arrivo in Istituto del dottor Michele Simone che, dopo aver studiato in Francia è ora a capo dell’Unità Complessa di Chirurgia Generale ad indirizzo Oncologico. E questo non è l’unico motivo di vanto per l’Istituto tumori. Il secondo alleato dei pazienti è rappresentato dai team multidisciplinari, uno strumento di lavoro che caratterizza le realtà sanitarie più evolute e che permette di affrontare il cancro gastrico a 360°. Meno disagi e più vantaggi: scongiurati gli eventi avversi legati ad errata comunicazione tra figure specialistiche diverse, favorito il confronto sui casi clinici complessi e l’ottimizzazione del percorso di cura del paziente.
Presa in carico globale
Ma dalle parti di via Orazio Flacco hanno pensato a tutto. Considerato che un’altra problematica frequente (circa 50% dei casi) della gestione peri-operatoria dei pazienti con carcinoma gastrico è lo stato di malnutrizione che si associa a maggiori complicanze dopo l’intervento chirurgico, è presente in Istituto, già da qualche tempo, un team multidisciplinare delle neoplasie gastro-esofagee con il compito di valutare lo stato di nutrizione dei pazienti, per poi avviarli a un trattamento di supporto alimentare personalizzato. I dati ufficiali sull’impiego di successo delle nuove metodologie per debellare il “big killer” all’interno dell’Istituto di ricerca, saranno resi noti da un consesso di oltre 50 specialisti durante il primo workshop dal titolo “Update nel trattamento multidisciplinare del carcinoma gastrico”, presieduto dal dottor Simone. «Questa patologia si sviluppa lentamente, di solito nel corso di molti anni, e spesso passa inosservata» spiega il dottor Simone. «La chirurgia gastrica presso l’Irccs oggi si avvale dell’acquisizione delle linee guida dell’Associazione Giapponese sul Cancro Gastrico. Inoltre, un particolare supporto al malato oncologico è l’applicazione di dispositivi per l’accesso venoso centrale, sia per la chemioterapia che per la nutrizione parenterale. Le indicazioni relative con particolare riferimento ai sistemi totalmente impiantabili (Port) vengono assicurate anch’esse dai team multidisciplinari».
Uso di sostanze stimolanti illecite: cocaina al primo posto
Nuove tendenzeCresce la disponibilità. In generale, le sostanze stimolanti illecite consumante più comunemente in Europa sono la cocaina, l’MDMA ( “ecstasy” sotto forma di compresse) e le anfetamine (anfetamine e metanfetamine).
Il consumo di cocaina è maggiore nei paesi dell’Europa occidentale e meridionale, questo si riflette nella presenza di porti di arrivo e rotte di traffico; mentre il consumo di anfetamine è più marcato in Europa settentrionale e orientale. Con la comparsa di nuovi stimolanti (ad es. fenetilamine e catinoni), il mercato di queste sostanze è diventato sempre più complesso negli ultimi anni. I dati del monitoraggio delle acque reflue, i dati sui sequestri, sul prezzo e sulla purezza fanno pensare che la disponibilità di cocaina potrebbe essere nuovamente in aumento in alcune regioni d’Europ. Sia il numero dei sequestri che le quantità sequestrate sono aumentate tra il 2014 e il 2015.
Nel 2015, sono stati riportati circa 87.000 sequestri di cocaina nell’UE (76.000 nel 2014), pari a 69,4 tonnellate sequestrate (51,5 tonnellate nel 2014).
A livello di città, un’analisi delle acque reflue comunali per il rilevamento di residui di cocaina ha mostrato una tendenza a lungo termine stabile o in aumento nella maggior parte delle 13 città dello studio, che ha confrontato i dati degli anni compresi fra il 2011 e il 2016. Delle 33 città con dati per il 2015 e il 2016, 22 hanno riferito un aumento dei residui di cocaina, quattro una diminuzione e sette una situazione stabile. Circa 17,5 milioni di adulti europei (15-64 anni) hanno provato la “coca” in qualche momento della loro vita. Di questi, circa 2,3 milioni sono giovani adulti (15-34 anni) che hanno fatto uso di droga negli ultimi dodici mesi. Le indagini nazionali dal 2014 mostrano che i livelli di consumo di cocaina sono fondamentalmente stabili.
I dati sono stati diffusi dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA)
Over65: quasi 3 mln in Italia. Al via Stati generali dell’assistenza
AnzianiIn Italia ci sono più di due milioni e mezzo di anziani cronici di cui solo 1 milione è assistito fra ADI, Hospice e RSA. L’assistenza continuativa per un lungo periodo di tempo dei pazienti anziani e cronici oggi diventa quindi una priorità dei sistemi socio-sanitari evoluti. Per accendere i riflettori su questa realtà e avanzare proposte – di concerto con il Ministero della Salute – su modalità di presa in carico delle persone fragili, ripensando i modelli di organizzazione sanitaria della Long-Term Care, Italia Longeva organizza una due giorni annuale di incontro e confronto tra stakeholder, decision maker e professionisti sanitari che entrano a diversi livelli nella programmazione, organizzazione e gestione del sistema sanitario.
L’obiettivo è sollecitare anche il mondo delle imprese e dei servizi affinché lavorino per questo segmento di popolazione, poiché l’Italia è il secondo paese più anziano del mondo. Di qui una vera e propria vocazione produttiva del nostro Paese, sinora poco valorizzata: quella per l’ideazione e la produzione di materiali, manufatti, dispositivi e servizi “a misura di anziano”, esportabili in tutto l’Occidente che invecchia.
La seconda edizione dell’evento “Long-Term Care TWO – Gli Stati generali dell’assistenza a lungo termine”, si terrà a Roma l’11 e 12 luglio presso il Ministero della Salute. Italia Longeva, nel suo ruolo di agenzia del Ministero della Salute per l’invecchiamento, opera su due fronti: da una parte promuove nuove politiche sanitarie – a livello centrale e territoriale – per questa società sempre più popolata di anziani, dall’altra diffonde verso i cittadini una nuova cultura dell’invecchiamento in salute e in autonomia.
L’evento sulla long-term care rientra nell’ambito istituzionale di promozione delle politiche sanitarie e rappresenta la due giorni annuale di incontro tra decisori istituzionali, professionisti sanitari che entrano a diversi livelli nella programmazione, organizzazione e gestione del sistema sanitario, e business community di riferimento – oltre 700 i partecipanti lo scorso anno – durante la quale confrontarsi su un’area grigia, l’assistenza ai pazienti anziani cronici, e più in generale sulla gestione della Long-Term Care. In quel contesto il tema della LTC sarà approfondito e dibattuto – anche mediante la presentazione di case history – dal punto di vista normativo, economico-finanziario e organizzativo e saranno presi in esame i setting assistenziali delle patologie a decorso cronico. Un problema che interessa oltre 1.200.000 italiani in post-acuzie, RSA, ADI, palpazione.
Formiche in ospedale, l’indignazione tardiva
News PresaLe formiche hanno potuto più di chiunque altro. All’Ospedale San Paolo di Napoli si è fatto in due giorni quello che nessuno era riuscito a fare in due anni. Certo è servita tutta la forza mediatica di quell’immagine divenuta ormai tristemente nota, ma almeno il terremoto che ne è seguito ha portato a qualche risultato concreto. Sistemato il verde, smaltiti i materiali che negli anni si erano accumulati in ogni anglo (fortunatamente solo all’esterno) e realizzata la disinfestazione, adesso i pazienti potranno dormire sonni tranquilli. Almeno non dovranno preoccuparsi di ritrovarsi ricoperti di insetti.
La vicenda
Tutto è iniziato nella giornata di lunedì, quando da un cellulare del San Paolo è partita una foto incredibile. Al principio si è pensato ad un fotomontaggio, poi le parole del direttore sanitario hanno confermato: «Un episodio inqualificabile». Ed effettivamente inqualificabile è forse il modo più giusto per definire questa vicenda. Una donna riversa nel suo letto di degenza, completamente ricoperta di formiche.
Le reazioni
L’immagine ha fatto il giro del web alla velocità della luce. All’improvviso i riflettori si sono accesi sull’ospedale di Fuorigrotta e tutti, proprio tutti, hanno gridato allo scandalo. Sorprendente. Non perché non sia scandaloso quello che è accaduto, ma perché è come se ci si scandalizzasse a scoprire che il fuoco brucia, o che l’acqua sia bagnata. Sì, perché a turno tutte le testate giornalistiche locali si sono occupati di questa realtà. Decine di titoli sono stati pubblicati su questo fatto, con l’unico risultato di ottenere da chi aveva la responsabilità di vigilare e di cambiare le cose una sequela di “faremo” e “diremo”. Anche i sindacati hanno più volte provato negli anni passati a far sentire la propria voce. Non avrebbero dovuto arrendersi? Ovviamente, ma è veramente difficile buttare giù un muro di gomma. Alla fine solo la realtà è riuscita nell’impresa.
L’immagine di Napoli
In tanti ovviamente si sono lanciati in commenti razzisti sulla città e sulla Campania in generale. «Questa è la sanità di Napoli», «e poi si lamentano» e così via. Questo è inaccettabile, e lo dice uno che la notizia l’ha data senza fare sconti a nessuno. Tuttavia non si può liquidare la cosa in un modo tanto banale. Non è accettabile che a farlo siano le stesse persone che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito a creare questa situazione. Napoli e i medici napoletani, ma anche gli infermieri, gli operatori socio sanitari, non sono i responsabili di quanto accaduto al San Paolo. La responsabilità è politica, anzi delle mancanze della politica nei confronti della Campania. E poi certo che ci sono “colpe” anche a livello locale, ma è la politica che deve verificare e fare in modo che ai posti di comando ci siano persone di valore. Proviamo a premiare il merito, ma anche a punire il demerito. E poi, bene così, al San Paolo in due giorni si è fatto più di quanto non si sia fatto in anni di denunce e battaglie. Speriamo solo che il ragionamento non sia come quello di Tancredi nel romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Perché ancora oggi è abitudine italica cambiare tutto, per fare in modo che tutto rimanga come è.