La carenza dei medici di medicina generale non è più un problema circoscritto a singoli territori difficili da coprire, né una questione che riguarda soltanto aree rurali o montane. Il fenomeno ha assunto dimensioni nazionali e coinvolge ormai gran parte dell’Italia, con conseguenze sempre più concrete per i cittadini che faticano a trovare un medico di famiglia disponibile, vicino a casa e in grado di garantire continuità assistenziale.
Secondo l’analisi della Fondazione GIMBE, al 1° gennaio 2025 in Italia mancano oltre 5.700 medici di medicina generale. Le carenze interessano 18 Regioni e Province autonome e colpiscono in modo particolare i territori più popolosi. Il dato si inserisce in una tendenza già evidente da anni: tra il 2019 e il 2024 il numero dei medici di famiglia è diminuito di 5.197 unità, passando da 42.009 a 36.812. In sei anni la riduzione è stata del 14,1%, con differenze molto ampie tra le diverse aree del Paese.
Il quadro diventa ancora più preoccupante se si considera che ogni cittadino iscritto al Servizio sanitario nazionale ha diritto a un medico di medicina generale, figura che rappresenta il primo accesso alle cure, all’orientamento sanitario e ai servizi compresi nei livelli essenziali di assistenza. Il medico di famiglia, pur non essendo un dipendente del SSN, opera infatti in convenzione con le Aziende sanitarie locali e resta uno snodo decisivo nella tenuta complessiva dell’assistenza territoriale.
L’invecchiamento della popolazione aumenta il fabbisogno di cure
A rendere più grave la situazione è il mutamento profondo della struttura demografica italiana. Negli ultimi quarant’anni la popolazione è invecchiata in modo molto marcato e questo ha inevitabilmente modificato la natura della domanda di assistenza. Nel 1985 gli over 65 rappresentavano il 12,9% dei residenti, pari a 7,29 milioni di persone. Nel 2025 sono diventati il 24,7%, cioè 14,58 milioni. Ancora più netta la crescita degli over 80, passati dal 2,5% al 7,8% della popolazione.
A questo andamento si aggiunge il peso delle malattie croniche. Nel 2024, secondo i dati richiamati dall’analisi, 11,3 milioni di over 65 erano affetti da almeno una patologia cronica, mentre 8,1 milioni convivevano con due o più cronicità. Ciò significa che il lavoro del medico di famiglia oggi non può più essere valutato soltanto in base al numero di assistiti, perché la complessità clinica e assistenziale dei pazienti è molto più elevata rispetto al passato.
In questo scenario, un massimale di 1.500 assistiti per medico, fissato dall’Accordo collettivo nazionale, appare sempre meno coerente con la realtà attuale. In alcuni casi il tetto può salire a 1.800 e, con deroghe locali, persino oltre. Ma all’aumento numerico degli assistiti non corrisponde un incremento del tempo disponibile, delle risorse organizzative o del supporto professionale. Il risultato è una pressione crescente sui medici e una riduzione della possibilità di seguire con attenzione i pazienti più fragili.
Sempre più assistiti per ogni medico di famiglia
I numeri fotografano con chiarezza questa pressione. Al 1° gennaio 2025 i 36.812 medici di medicina generale avevano in carico oltre 50,9 milioni di assistiti, con una media nazionale di 1.383 pazienti per medico. Anche in questo caso le differenze regionali sono consistenti: si passa dai 1.153 assistiti medi del Molise ai 1.533 della Lombardia.
Si tratta di valori che mostrano una saturazione elevata e che, nella vita quotidiana, si traducono in difficoltà ben percepibili: tempi più lunghi per individuare un medico disponibile, minore vicinanza territoriale degli ambulatori, riduzione del principio di libera scelta e maggiore complessità nell’accesso alle cure di base. Non è un disagio astratto. Per anziani, persone con patologie croniche e cittadini fragili, restare senza un riferimento stabile sul territorio significa affrontare ostacoli concreti nella gestione della salute.
La Fondazione GIMBE, per stimare il fabbisogno, ha assunto come riferimento il rapporto di un medico ogni 1.200 assistiti, ritenuto più coerente con l’obiettivo di garantire distribuzione omogenea, prossimità e reale accessibilità. Sulla base di questo parametro, le situazioni più critiche emergono in Lombardia, con 1.540 medici mancanti, seguita da Veneto, Campania, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio. Non risultano invece carenze stimate in Basilicata, Molise e Sicilia, anche se questo non esclude la presenza di singole aree territoriali in difficoltà.
Pensionamenti in aumento e nuove leve in calo
Uno degli aspetti più delicati è il ricambio generazionale. Tra il 2025 e il 2028, secondo i dati riportati, 8.180 medici di medicina generale hanno raggiunto o raggiungeranno l’età pensionabile dei 70 anni. In alcune Regioni l’impatto sarà particolarmente forte: la Campania, da sola, conta 1.147 pensionamenti attesi.
Parallelamente, il numero delle nuove leve non appare sufficiente. Dopo una fase di crescita delle borse di studio per il Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale, favorita da finanziamenti straordinari, dal 2022 si è registrata una nuova flessione. Le borse sono scese a circa 2.600 nel 2023 e nel 2024, per poi ridursi ulteriormente a 2.228 nel 2025. Si tratta di 395 borse in meno rispetto all’anno precedente, con un calo del 15,1%.
Il problema, però, non è soltanto numerico. In alcune Regioni mancano proprio i candidati. La scarsa partecipazione ai bandi è particolarmente evidente nella Provincia autonoma di Bolzano, in Valle d’Aosta, nelle Marche, nella Provincia autonoma di Trento e in Piemonte. Questo segnala un indebolimento dell’attrattività della professione, soprattutto nei territori dove già oggi le carenze sono significative e rischiano di aggravarsi.
Anche immaginando lo scenario più favorevole, cioè che tutte le borse finanziate vengano assegnate e che tutti i corsisti completino il percorso, il sistema non riuscirebbe comunque a coprire né i pensionamenti attesi né le carenze già esistenti. La stima è di un divario superiore a 2.700 medici entro il 2028. E si tratta, appunto, di una previsione ottimistica, perché non tutte le borse vengono effettivamente coperte e una quota degli iscritti abbandona il percorso formativo.
Riforme frammentate e assenza di una visione organica
Negli ultimi anni, di fronte all’emergenza, Governo e Regioni hanno adottato prevalentemente misure tampone: innalzamento dell’età pensionabile fino a 72 anni, deroghe al numero massimo di assistiti, possibilità per i medici in formazione di acquisire fino a 1.000 assistiti. Interventi utili a contenere nell’immediato gli effetti della crisi, ma incapaci di affrontarne le cause strutturali.
Intanto il quadro normativo si è fatto sempre più complesso. Da un lato, l’Accordo collettivo nazionale 2022-2024 spinge verso una maggiore integrazione dei medici convenzionati nelle Case di Comunità e nelle nuove strutture previste dalla riforma dell’assistenza territoriale. Dall’altro, si susseguono deleghe legislative, proposte politiche e ipotesi di ridefinizione del ruolo dei medici di famiglia, senza che emerga ancora una direzione chiara e condivisa.
Il rischio è che il dibattito si concentri ancora una volta sulla contrapposizione fra dipendenza e convenzione, lasciando in secondo piano la questione decisiva: quale medico di famiglia serve oggi a un Paese che invecchia, con più cronicità, più fragilità e una crescente domanda di prossimità assistenziale. La crisi, infatti, non riguarda più soltanto la programmazione insufficiente del passato. Oggi pesa anche la minore attrattività della professione, soprattutto nelle grandi Regioni del Nord, dove molti giovani medici scelgono percorsi considerati più convenienti sotto il profilo economico e organizzativo.
Il nodo centrale resta l’accesso alle cure
La carenza dei medici di famiglia non è solo una questione sindacale, organizzativa o professionale. È innanzitutto un problema di accesso alle cure. Quando aumenta il numero di persone senza medico di riferimento, si indebolisce l’intera rete dell’assistenza territoriale e cresce il rischio che bisogni sanitari ordinari si trasformino in urgenze, con un maggiore ricorso improprio ai pronto soccorso e ai servizi ospedalieri.
Per questo il tema non può essere affrontato con interventi isolati. Serve una riforma capace di tenere insieme formazione, programmazione, qualità del lavoro, distribuzione territoriale, integrazione con gli altri servizi e sostenibilità futura della professione. In assenza di una visione organica, la difficoltà di trovare un medico di famiglia è destinata a diventare un’esperienza sempre più comune per milioni di cittadini, con conseguenze rilevanti soprattutto per chi ha più bisogno di cure continue, vicine e facilmente accessibili.
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