La nutrizione è una terapia. E come tale, va garantita a tutti i pazienti. È un messaggio forte, che arriva dall’ultimo congresso nazionale AIOM, l’Associazione che riunisce gli oncologi italiani. Già, perché ancora oggi, il 20-30% dei malati oncologici muore per le conseguenze dirette e indirette della malnutrizione. È un dato forte, che stride ancora di più se pensiamo che proprio il nostro Paese è la culla dell’alimentazione mediterranea, il top in assoluto. Ma per fortuna, qualcosa sta cambiando.
«Il vero punto di svolta recente sono le linee guida AIOM pubblicate nel mese di gennaio 2025 che sanciscono per i pazienti in terapia l’importanza della nutrizione», interviene Massimo Di Maio, Presidente AIOM. «E personalmente ritengo che, come invochiamo che in ogni Centro oncologico ci sia il servizio di psico-oncologia, altrettanto debba essere per quanto riguarda la dietologia e la nutrizione clinica».
I primi punti delle linee guida sottolineano la necessità di valutare lo stato nutrizionale per tutti i pazienti oncologici e la presa in carico precoce per quelli che hanno la necessità di essere seguiti. Non sono pochi. Dati di letteratura ci dicono che oltre il 40% dei pazienti, dopo la diagnosi, ha un calo ponderale che oscilla tra 1 e 10 chili e presenta problemi di malnutrizione, carenze nutrizionali, perdita di appetito, calo di peso, perdita di tono muscolare.
«Sono situazioni che vanno individuate tempestivamente, per evitare il rischio di complicanze», interviene Riccardo Caccialanza, direttore SC Dietetica e Nutrizione Clinica, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia e Professore Ordinario dell’Università degli Studi di Milano. «A causa della malnutrizione si possono verificare una minore tollerabilità dei farmaci chemioterapici e una loro maggiore tossicità, con la necessità talvolta di dover ridurre i dosaggi, cosa che porta inevitabilmente a una diminuzione dell’efficacia terapeutica».
I problemi possono esserci anche con l’aumento di peso, cosa che può accadere ad esempio nel caso del tumore al seno. «Un nostro lavoro su Journal of Clinical Oncology ha indagato l’azione della terapia con i taxani, molecole che chimicamente tendono a essere più attratte dagli adipociti», sottolinea Elia Biganzoli, epidemiologo molecolare della Struttura di Statistica Medica, Bioinformatica ed Epidemiologia dell’Università degli Studi di Milano. «A causa di questa azione, il tessuto adiposo può limitare la biodisponibilità di questi farmaci, con una minore efficacia nella loro azione».
Sì dunque a pesare il paziente già alla diagnosi, ma la bilancia da sola non è sufficiente. «Non può essere l’unico controllo», risponde Caccialanza. «Ci vogliono anche altri esami come l’impedenziometria, che permette di valutare la composizione corporea, associata, in casi particolari, ad altri esami di secondo livello. In alcune regioni, come Lombardia, Piemonte, Campania, Sicilia, sono stati strutturati PDTA ad hoc, con un percorso che deve prevedere una valutazione dello stato nutrizionale del paziente al momento della diagnosi, da ripetere poi periodicamente».
In Regione Lombardia lo screening nutrizionale è obbligatorio e deve essere registrato in cartella clinica. In caso di omissione, la pena è salata: alla struttura ospedaliera viene decurtato il 20% della remunerazione per le prestazioni in regime di ricovero ospedaliero ordinario e prossimamente in day hospital, come da DRG. Ma la Lombardia ha un’altra peculiarità. «Dopo il Piemonte, siamo la prima regione in Italia che gratuitamente eroga la supplementazione orale al paziente oncologico in fase di terapia attiva», chiarisce Caccialanza. «Questo rafforza la battaglia normativa che dobbiamo intraprendere, al fine di ottenere l’inserimento della supplementazione orale nei LEA, i livelli essenziali di assistenza».
L’altra battaglia riguarda l’omogeneizzazione dei PDTA su tutto il territorio nazionale. «In Lombardia abbiamo istituito cinque Centri Hub di Nutrizione in Oncologia, così definiti perché hanno dei percorsi nutrizionali dedicati anche ai pazienti, e i Centri Spoke, dove sono presenti team nutrizionali», aggiunge Caccialanza. «Questa rete permette di tenere costantemente sotto controllo il paziente e di intervenire tempestivamente. Bisogna iniziare a pensare alla nutrizione come a un investimento che riduce le complicanze, i tempi di degenza, le riospedalizzazioni».
È anche in fase di realizzazione un’app, che rappresenterà una vera e propria interfaccia tra paziente e oncologo. Sarà utile anche per evitare di cadere in mani sbagliate oppure di intraprendere pericolose diete fai da te. «Bisogna diffidare di chi propone regimi alimentari miracolosi», sottolinea Filippo de Braud, Direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia, Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e Professore Ordinario dell’Università degli Studi di Milano. «Questo sempre e soprattutto in caso di malattia. Esistono infatti schemi particolari, ma non sono per tutti e rientrano nell’ambito della ricerca. In questo momento nel mio Istituto abbiamo in corso uno studio multicentrico randomizzato che valuta l’attività di un programma nutrizionale sperimentale in donne con tumore mammario triplo negativo in stadio iniziale. Si basa sulla restrizione calorica, cinque giorni al mese con una dieta da circa 500 calorie giornaliere, in associazione al trattamento antitumorale che prevede quattro farmaci chemioterapici e un immunoterapico. Abbiamo già i primi risultati, con il 60% di remissione completa patologica. Ma qui, la nutrizione diventa un farmaco. E, come tale, deve essere gestita in Centri Oncologici, nell’ambito di protocolli di ricerca, coinvolgendo pazienti che rispondono a determinati requisiti».



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