Nuovi geni-malattia, indagini genetiche sempre più raffinate per individuare patogeni rari e terapie geniche capaci di aprire prospettive in malattie oncologiche e autoimmuni. Negli ultimi anni la genetica ha compiuto progressi straordinari, trasformandosi da ambito prevalentemente di ricerca a strumento concreto della pratica clinica.
In occasione della Giornata mondiale del DNA, che si celebra il 25 aprile e ricorda la scoperta della struttura a doppia elica da parte di James Watson e Francis Crick, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù fa il punto su una vera e propria “rivoluzione genetica”. Una rivoluzione che oggi coinvolge laboratori, reparti, medici, ricercatori, bioinformatici e pazienti, con ricadute dirette sulla diagnosi e sulla cura delle malattie pediatriche più complesse.
La genetica, infatti, non è più soltanto la disciplina che permette di leggere il patrimonio ereditario. È diventata uno degli strumenti più importanti per comprendere l’origine di molte malattie, riconoscere condizioni rare, individuare bersagli terapeutici e sviluppare cure personalizzate. In particolare in pediatria, dove molte patologie hanno una base genetica, questa trasformazione sta cambiando il percorso di migliaia di bambini e famiglie.
Dal laboratorio alla cura: il valore della ricerca condivisa
«La rivoluzione genetica rappresenta un passaggio fondamentale per migliorare la comprensione e la cura delle malattie pediatriche», sottolinea Andrea Onetti Muda, direttore scientifico del Bambino Gesù. Identificare un gene, spiega, è solo il primo passo. Da quella scoperta, grazie all’innovazione continua in biologia, medicina e informatica, può nascere la possibilità di sviluppare terapie sempre più mirate.
Uno degli elementi centrali di questo percorso è il dialogo continuo tra laboratorio e clinica. La ricerca genetica produce dati, ipotesi e nuove conoscenze; la pratica clinica, a sua volta, porta domande, bisogni reali e casi complessi da interpretare. Quando questi due mondi lavorano insieme, la scoperta scientifica può trasformarsi più rapidamente in una cura concreta.
I risultati raggiunti sono frutto del lavoro di medici, ricercatori e professionisti dell’Ospedale, ma anche della collaborazione con numerosi centri nazionali e internazionali. La ricerca, sottolinea ancora Onetti Muda, è condivisione. Ed è proprio attraverso le reti scientifiche e cliniche che si possono offrire nuove opportunità anche ai bambini con patologie difficili da diagnosticare o prive di terapie efficaci.
La rivoluzione del sequenziamento genetico
A rendere possibile questo cambiamento sono state soprattutto le tecnologie di sequenziamento di nuova generazione, note come NGS, dall’inglese Next Generation Sequencing. In circa vent’anni queste tecnologie hanno ridotto drasticamente tempi e costi delle analisi genomiche. All’inizio degli anni Duemila servivano mesi di lavoro e circa 100 milioni di dollari per sequenziare un genoma; oggi, invece, sono sufficienti pochi giorni e poche centinaia di euro.
Questo salto tecnologico ha permesso di analizzare su larga scala il patrimonio genetico dei pazienti e ha spostato l’attenzione su una nuova fase decisiva: l’interpretazione dei dati. Leggere il DNA, infatti, è solo una parte del lavoro. Occorre poi capire quali varianti genetiche siano realmente coinvolte nella malattia, quali siano innocue e quali possano orientare diagnosi, prognosi e terapia. Per questo sono diventate centrali competenze come la bioinformatica, che consente di gestire e interpretare enormi quantità di informazioni biologiche.
Oggi le analisi genetiche possono essere molto diverse tra loro. Si può studiare un singolo gene quando il sospetto clinico è preciso, oppure analizzare gruppi di geni collegati a una determinata malattia. Nei casi più complessi si può arrivare al sequenziamento completo del genoma, il WGS, che consente di decifrare circa il 90% del patrimonio genetico.
Il ruolo del Bambino Gesù nella genetica pediatrica
Il Bambino Gesù ha consolidato negli anni un ruolo di primo piano nel campo della genetica e della medicina molecolare. Un passaggio importante è stato rappresentato dall’inaugurazione, nel 2014, dei laboratori di San Paolo fuori le Mura, dotati di tecnologie avanzate per la ricerca in genetica, biologia molecolare e biologia cellulare.
All’interno della struttura è presente anche un’officina farmaceutica di circa 1.400 metri quadrati dedicata alla produzione di terapie avanzate, cellulari e geniche. Si tratta di un’infrastruttura strategica, perché consente di sviluppare e produrre trattamenti innovativi in condizioni controllate e con standard elevati di qualità e sicurezza.
Nel 2025 l’Ospedale ha inoltre attivato un nuovo Laboratorio di Terapia Genica, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la capacità di sviluppo e produzione di queste cure. È un investimento che guarda alle necessità presenti e future della medicina pediatrica, in un ambito in cui diagnosi e terapia sono sempre più collegate.
A caccia di nuovi geni-malattia
L’Ospedale segue la più ampia casistica pediatrica italiana di malattie rare, condizioni che in oltre l’80% dei casi hanno un’origine genetica. Negli ultimi dieci anni il Bambino Gesù ha identificato più di 100 nuovi geni-malattia e nel 2025 ha effettuato circa 40.000 analisi genetiche.
Questi numeri mostrano quanto la genetica sia ormai integrata nei percorsi diagnostici. Per molte famiglie, arrivare a una diagnosi significa porre fine a un lungo cammino fatto di incertezze, visite, esami e ipotesi non risolutive. Sapere quale gene è coinvolto può aiutare a comprendere l’evoluzione della malattia, a valutare il rischio per altri familiari, a scegliere controlli mirati e, quando disponibile, a individuare una terapia specifica.
Il Bambino Gesù è anche il centro pediatrico europeo con il maggior numero di affiliazioni alle Reti di Riferimento Europee, le ERN, dedicate alle malattie rare e complesse. Segue circa 20.000 pazienti e partecipa attivamente a studi e sperimentazioni su farmaci orfani, cioè medicinali destinati al trattamento di patologie rare.
Zebrafish e genomica funzionale per capire le varianti genetiche
Un ruolo fondamentale è svolto dalla genomica funzionale, che permette di verificare in laboratorio l’effetto reale delle varianti genetiche individuate nei pazienti. Tra gli strumenti utilizzati dal Bambino Gesù c’è il laboratorio zebrafish, basato su un piccolo pesce modello molto impiegato nella ricerca biomedica.
Lo zebrafish consente di osservare rapidamente gli effetti di specifiche alterazioni genetiche durante lo sviluppo. Questo approccio aiuta a distinguere le varianti realmente responsabili di malattia da quelle che non hanno conseguenze cliniche significative.
Grazie a queste metodiche, l’Ospedale ha potuto chiarire, ad esempio, i meccanismi di malattie rare legate ai geni COL4A1 e COL4A2. Si tratta di conoscenze che migliorano la capacità diagnostica e permettono di comprendere meglio la manifestazione clinica di condizioni complesse.
Metagenomica: la nuova frontiera delle diagnosi difficili
Dal 2024 il Bambino Gesù utilizza la metagenomica nella pratica clinica per identificare patogeni rari, sconosciuti o difficili da riconoscere con gli strumenti tradizionali. Questa tecnica analizza l’intero materiale genetico presente in un campione biologico, senza limitarsi alla ricerca di un singolo virus, batterio, fungo o parassita.
È un cambiamento importante rispetto all’approccio classico, che spesso parte da un sospetto specifico e procede cercando un microrganismo alla volta. La metagenomica, invece, consente una visione più ampia e può risultare decisiva nei casi in cui il quadro clinico sia grave, atipico o poco chiaro.
L’integrazione tra sequenziamento avanzato, intelligenza artificiale e bioinformatica permette di ottenere diagnosi più rapide e mirate. Questo è particolarmente rilevante per i pazienti immunodepressi, nei quali un’infezione rara o inattesa può evolvere rapidamente e richiedere un trattamento tempestivo. Per questo la metagenomica rappresenta una nuova frontiera della diagnostica, già entrata nella routine clinica dell’Ospedale.
Terapie geniche e cellulari: dai tumori alle malattie autoimmuni
Il Bambino Gesù è tra i principali punti di riferimento per le terapie cellulari e geniche. Il percorso è iniziato con traguardi significativi: nel 2014 è stato effettuato il primo trapianto di cellule staminali geneticamente modificate; nel 2018 è arrivata la prima terapia CAR-T in Italia; nel 2020 la terapia genica è stata applicata alla talassemia.
Le terapie CAR-T rappresentano una delle innovazioni più importanti dell’immunoterapia. Consistono nel modificare geneticamente alcune cellule del sistema immunitario del paziente, i linfociti T, affinché siano in grado di riconoscere e combattere in modo più efficace le cellule malate. Nate soprattutto nell’ambito dei tumori del sangue, queste tecnologie si stanno estendendo anche ad altri campi.
Negli ultimi anni, infatti, l’applicazione si è ampliata ai tumori solidi pediatrici, come il neuroblastoma, e alle malattie autoimmuni. In queste patologie il sistema immunitario aggredisce erroneamente tessuti e organi dell’organismo, provocando quadri clinici anche molto gravi.
Nel 2024, per la prima volta al mondo, le CAR-T sono state utilizzate con successo in bambini con gravi patologie autoimmuni. Sette pazienti su otto hanno raggiunto la remissione completa. I risultati, pubblicati nel 2026 su Nature Medicine, aprono nuove prospettive per il trattamento di malattie che, fino a oggi, disponevano di opzioni terapeutiche limitate o non sufficientemente efficaci.
Una medicina sempre più precisa e personalizzata
La rivoluzione genetica raccontata dal Bambino Gesù mostra come la medicina pediatrica stia entrando in una fase nuova. La possibilità di leggere il genoma, interpretare le varianti, identificare nuovi geni-malattia, riconoscere patogeni rari e sviluppare terapie cellulari e geniche sta modificando profondamente il modo di diagnosticare e curare.
Il DNA, celebrato il 25 aprile nella giornata mondiale a esso dedicata, non è più soltanto il simbolo della vita e dell’ereditarietà. È diventato una chiave di accesso alla medicina del futuro: più precisa, più rapida, più personalizzata e sempre più capace di offrire risposte anche nei casi più complessi.
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Colao ha ricordato che serve una rete di professionisti che includa oculisti clinici, chirurghi orbitali, endocrinologi, psicologi e chirurghi maxillo-facciali, perché i pazienti non devono solo convivere con i cambiamenti estetici del volto, ma rischiano anche gravi danni alla vista fino alla cecità.



