In Italia l’obesità riguarda circa 6 milioni di persone, pari all’11,8 per cento degli adulti. Un dato che descrive una condizione molto diffusa e che, oltre all’impatto sulla qualità di vita, si intreccia con una delle aree più critiche per la salute pubblica: le malattie cardiovascolari, tra le principali e più gravi complicanze nelle persone con obesità. Il legame tra eccesso di peso, rischio cardiometabolico e fragilità clinica non è soltanto un tema medico, ma anche un nodo economico e organizzativo per il Servizio sanitario nazionale.
È in questo quadro che si inserisce la stima secondo cui, agendo in modo efficace con interventi sullo stile di vita e con trattamenti farmacologici in grado di ridurre gli eventi cardiovascolari, si potrebbero risparmiare fino a 550 milioni di euro nell’arco di due anni. La proiezione emerge dallo studio condotto dal Ceis della facoltà di Economia dell’Università di Tor Vergata di Roma, presentato all’evento “Obesità e salute cardiovascolare”, realizzato con il contributo non condizionante di Novo Nordisk e ospitato a Palazzo Baldassini a Roma, martedì 17 febbraio.
Il lavoro del Ceis: ridurre gli eventi cardiovascolari per liberare risorse
Lo studio, coordinato da Paolo Sciattella, ricercatore del Ceis, parte da un presupposto tanto semplice quanto impegnativo da tradurre in pratica: se si riescono a prevenire o ridurre gli eventi cardiovascolari avversi maggiori, diminuiscono ricoveri, riacutizzazioni e necessità di assistenza intensiva e prolungata. Questo può tradursi, nel breve periodo, in un impatto economico misurabile, perché una parte rilevante della spesa sanitaria è assorbita proprio dagli esiti clinici più gravi.
La base scientifica richiamata nel lavoro è rappresentata dai risultati del trial SELECT, indicato come il primo studio sugli esiti cardiovascolari (CVOT) specificamente dedicato alla riduzione del rischio cardiovascolare in pazienti con obesità. In altre parole, non si parla soltanto di perdita di peso come obiettivo in sé, ma di un possibile spostamento del rischio di infarto, ictus e morte cardiovascolare in una popolazione che parte da una vulnerabilità più alta.
Mace e ospedalizzazioni: numeri che descrivono la pressione sul sistema
Nel periodo 2015-2019, in Italia si stimano 1,4 milioni di pazienti ospedalizzati per Mace, cioè eventi cardiovascolari avversi maggiori, con una spesa annua media di 2 miliardi a carico del Servizio sanitario nazionale. I Mace comprendono infarto miocardico non fatale, ictus non fatale e morte per cause cardiovascolari: eventi che cambiano radicalmente la traiettoria clinica di una persona e che richiedono percorsi di cura complessi, tra acuzie, riabilitazione e prevenzione secondaria.
L’incidenza di questi eventi risulta maggiore nella popolazione con obesità: il rischio di insorgenza viene indicato tra il 67 e l’85 per cento, rispetto alle persone in sovrappeso, per le quali il rischio è stimato tra il 21 e il 32 per cento. In Italia, inoltre, è sovrappeso il 34 per cento della popolazione, un dato che amplia ulteriormente il perimetro della prevenzione e rende evidente come il tema non possa essere confinato a nicchie specialistiche.
C’è poi un altro indicatore che fotografa la fragilità clinica e l’impatto organizzativo: a un mese dal primo ricovero per Mace, le persone con obesità tornano in ospedale con una frequenza 1,4 volte superiore rispetto ai pazienti in sovrappeso. Questo significa più riammissioni, maggiore probabilità di complicanze, bisogno di follow-up ravvicinati e, spesso, un carico crescente per famiglie e servizi territoriali.
Il costo diretto dell’obesità: quando il cuore pesa più di tutto
I numeri riportati richiamano un punto centrale: le malattie cardiovascolari assorbono circa l’85 per cento, pari a 6,6 miliardi di euro, dei costi diretti legati all’obesità. È una quota dominante, che spiega perché l’attenzione si concentri sugli eventi maggiori e sulle strategie capaci di ridurli. Quando il peso economico è così sbilanciato verso l’area cardiovascolare, ogni intervento che riesca a prevenire un infarto o un ictus non produce solo un beneficio individuale, ma ha ricadute immediate sulla sostenibilità del sistema.
In questo senso, la stima di risparmi fino a 550 milioni in due anni si colloca come un possibile “dividendo” sanitario: non un taglio lineare della spesa, ma una conseguenza della riduzione di eventi ad alto costo e ad alto impatto clinico, con potenziale riduzione delle giornate di degenza, delle procedure, dei farmaci in urgenza e del carico di riabilitazione e assistenza successiva.
La sfida adesso: prevenzione, percorsi e accesso alle cure
Il messaggio che emerge, tra dati economici e clinici, è che la riduzione degli eventi cardiovascolari nelle persone con obesità può diventare un obiettivo misurabile e, in prospettiva, un indicatore di efficacia delle politiche sanitarie. Interventi sullo stile di vita e terapie farmacologiche vengono presentati come strumenti complementari: la prevenzione comportamentale resta essenziale, ma l’evoluzione delle evidenze cliniche spinge a considerare anche terapie capaci di incidere sugli esiti maggiori.
In un Paese in cui milioni di persone convivono con l’obesità e una quota ancora più ampia è in sovrappeso, la partita non riguarda soltanto il singolo trattamento, ma l’organizzazione di percorsi integrati tra medicina generale, specialisti, centri dedicati, cardiologia e servizi territoriali. Ridurre riammissioni, complicanze e mortalità significa anche costruire continuità di cura, intercettare precocemente i pazienti più a rischio e rendere accessibili gli strumenti che la scienza e le istituzioni indicano come necessari.
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