Napoli porta il proprio contributo nel cuore di uno dei confronti più delicati per la medicina italiana: quello sulla revisione del Codice di Deontologia medica. Il presidente dell’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Napoli e provincia, Bruno Zuccarelli, ha consegnato al presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, il documento con le proposte di modifica approvate dall’OMCeO Napoli.
La consegna è avvenuta in occasione del convegno “Bioetica e Biodiritti ai confini della Vita sul Nascere e sul Morire”, ospitato nell’Auditorium dell’Ordine dei Medici di Napoli, segno di una volontà precisa: affrontare i cambiamenti della medicina non in astratto, ma dentro i luoghi in cui la professione si interroga ogni giorno sul proprio senso più profondo. Le linee di intervento individuate da Napoli sono tre e toccano questioni centrali: il fine vita e la proporzionalità delle cure, la relazione formativa tra medico docente e medico discente, l’uso dei sistemi di intelligenza artificiale nella relazione di cura.
Un Codice chiamato a misurarsi con il cambiamento
Il messaggio che arriva dall’Ordine partenopeo è chiaro: la professione medica sta attraversando una stagione di trasformazioni profonde e non può limitarsi a rincorrere il dibattito pubblico o le innovazioni tecniche. La richiesta è quella di un quadro etico più nitido, capace di offrire ai medici riferimenti coerenti con la centralità della persona e con la responsabilità che ogni scelta clinica comporta.
Non è un tema secondario neppure sul piano istituzionale: la FNOMCeO ha indicato tra i punti programmatici del nuovo mandato, avviato nel 2025 con la riconferma di Filippo Anelli alla presidenza, proprio l’adozione di un nuovo Codice deontologico. In questo senso, il documento napoletano non appare come una presa di posizione isolata, ma come un tassello concreto di un confronto nazionale già aperto e destinato a incidere sul modo in cui i medici italiani interpreteranno il proprio ruolo negli anni a venire.
Fine vita, tra dignità della persona e proporzionalità delle cure
Il passaggio più sensibile riguarda il fine vita. Qui le proposte dell’Ordine di Napoli insistono sul rafforzamento del richiamo al controllo del dolore e al ricorso appropriato alle cure palliative, considerate trattamenti proporzionati e coerenti con la dignità della persona. Il punto non è soltanto lessicale, ma culturale: distinguere con chiarezza tra cura, accanimento terapeutico e accompagnamento significa offrire ai medici un orientamento più saldo nei momenti in cui la guarigione non è più possibile, ma il dovere di curare resta intatto. In questo quadro, il richiamo alle cure palliative assume un valore ancora più forte.
L’Organizzazione mondiale della sanità le definisce come un approccio capace di migliorare la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie di fronte a malattie potenzialmente letali, attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza fisica, psicologica, sociale e spirituale. La stessa OMS sottolinea inoltre che il bisogno di cure palliative è in crescita e che l’accesso rimane ancora insufficiente in molte realtà, rendendo ancora più urgente un investimento culturale, organizzativo e formativo su questo versante.
Il dibattito campano che riporta il tema al centro
Il documento consegnato ad Anelli si colloca dentro un contesto campano in cui il tema del fine vita è tornato con forza al centro dell’attenzione. A Napoli, il caso di una donna affetta da SLA che ha presentato ricorso dopo il diniego all’accesso al suicidio medicalmente assistito ha riacceso il confronto sui tempi, sulle procedure e sui limiti dell’attuale quadro. È uno di quei casi che mostrano quanto la discussione non sia mai soltanto giuridica o ideologica, ma profondamente concreta, perché investe la sofferenza reale delle persone, i margini dell’autodeterminazione e il peso delle decisioni affidate al sistema sanitario e ai professionisti. In questo scenario, la richiesta di regole deontologiche più chiare appare anche come un tentativo di sottrarre un terreno tanto delicato alla confusione, alle semplificazioni e alle strumentalizzazioni, riportandolo invece dentro una grammatica della responsabilità e della relazione di cura.
Intelligenza artificiale, supporto sì, sostituzione no
L’altro grande capitolo affrontato dall’Ordine di Napoli riguarda l’intelligenza artificiale. Il documento propone una cornice organica che riconosce il valore potenziale dell’IA nella pratica clinica, nella ricerca e nell’organizzazione sanitaria, ma fissa anche limiti netti: il giudizio clinico del medico non può essere sostituito, la relazione fiduciaria con il paziente non può essere delegata a un algoritmo, la responsabilità professionale resta personale e non trasferibile.
In questa prospettiva trovano spazio principi come la trasparenza verso il paziente, la spiegabilità dei processi, la tutela della privacy, il rifiuto di ogni paternalismo algoritmico e la riaffermazione del consenso informato come atto esclusivo del medico. È una linea che si muove in sintonia con l’impostazione dell’OMS, secondo cui l’intelligenza artificiale può offrire opportunità importanti per diagnosi, trattamenti, ricerca e sanità pubblica, ma solo a condizione che etica, diritti umani, governance e accountability restino al centro del suo impiego. Anche le più recenti indicazioni dell’OMS sui modelli generativi e multimodali insistono sulla necessità di usare questi strumenti senza perdere il controllo clinico, il presidio umano e la chiarezza verso il paziente.
La relazione formativa come snodo deontologico
Meno esposto mediaticamente, ma non meno decisivo, è il capitolo dedicato alla relazione tra medico docente e medico discente. Il fatto che l’Ordine di Napoli lo abbia inserito tra le tre direttrici principali del proprio contributo dice molto sulla visione complessiva del documento. La deontologia, infatti, non si trasmette soltanto attraverso norme scritte, ma anche attraverso l’esempio quotidiano, il modo in cui si comunica con i pazienti, si affronta l’incertezza, si esercita l’autorità clinica e si rispettano i limiti del proprio ruolo.
In questa chiave, la formazione non riguarda soltanto l’acquisizione di competenze tecniche, ma la costruzione di una postura professionale capace di unire sapere, prudenza, responsabilità e rispetto della persona. È plausibile leggere in questa scelta la consapevolezza che il futuro del Codice dipenderà anche dalla sua capacità di diventare cultura vissuta e non soltanto cornice normativa.
Un confronto concreto sui biodiritti, lontano dagli slogan
Dal convegno napoletano è emersa, in definitiva, l’immagine di un confronto molto concreto sui biodiritti legati al nascere e al morire. Le testimonianze dei medici, anche in ambito pediatrico, hanno restituito la complessità di decisioni che ogni giorno si collocano sul confine tra tutela della vita, libertà di coscienza e autodeterminazione individuale. Nello stesso quadro si inserisce anche l’annuncio, riportato nel dibattito, del direttore del Pascale Maurizio Di Mauro sulla creazione di una degenza dedicata al fine vita e sulla definizione di linee guida e protocolli per migliorare ulteriormente l’approccio ai pazienti con malattie terminali.
È il segno che il tema non resta confinato alla teoria o alle aule dei convegni, ma chiama in causa scelte organizzative, modelli assistenziali e responsabilità quotidiane. Da Napoli arriva così un messaggio netto: su materie tanto sensibili servono rigore, misura e umanità, mentre ogni scorciatoia ideologica rischia di allontanare il dibattito dalla realtà concreta dei pazienti e dei medici.
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