Si è aperta ieri a Bari la Mediterranea School 2026, appuntamento dedicato ai temi più urgenti della sanità pubblica e dell’innovazione organizzativa nel Mezzogiorno. La città pugliese si è così trasformata in un punto di riferimento per istituzioni, clinici, ricercatori e rappresentanti del mondo sanitario, chiamati a discutere di come rendere il Servizio sanitario nazionale più vicino ai bisogni reali delle persone, più capace di affrontare il peso crescente delle cronicità e più attento all’equità di accesso alle cure.
Il cuore del confronto non riguarda soltanto l’introduzione di nuove possibilità terapeutiche, ma soprattutto la capacità del sistema di accompagnarle con modelli organizzativi adeguati. In altre parole, il tema centrale è capire come innovazione e governance possano procedere insieme. Senza un’organizzazione efficace, infatti, anche i progressi clinici rischiano di non produrre benefici diffusi e omogenei sul territorio. È su questa consapevolezza che si è aperta la prima giornata dei lavori, segnata da una forte attenzione ai divari territoriali, alla presa in carico dei pazienti e alla sostenibilità del sistema pubblico.
Ad inaugurare l’evento è stato Claudio Zanon, Direttore Scientifico di Motore Sanità, con l’apertura ufficiale dei lavori e i saluti istituzionali di Giovanna Iacovone, vice Sindaca della Città di Bari, Antonia Spina, vice Presidente Commissione Assistenza Sanitaria e Servizi Sociali del Consiglio Regionale della Puglia e Cosimo Latronico, Assessore con delega alla Salute, politiche per la persona e PNRR di Regione Basilicata.
Cronicità e bisogni di salute: l’emicrania al centro della prima sessione
Tra i primi temi affrontati c’è stato quello dell’emicrania, presentata come una cronicità ancora troppo spesso sottovalutata. Il dibattito ha messo in evidenza come questa condizione rappresenti non solo un problema clinico, ma anche sociale e organizzativo. Chi ne soffre convive infatti con un impatto pesante sulla qualità della vita, sulla continuità lavorativa e sulle relazioni personali, mentre il sistema sanitario continua in molti casi a non riconoscerne pienamente il peso.
La discussione si è concentrata su alcuni nodi ormai non più rinviabili: l’accesso equo all’innovazione, la frammentazione dei percorsi prescrittivi, il ruolo della medicina territoriale e la necessità di indicatori chiari per valutare l’efficacia dei percorsi diagnostico-terapeutici. È emersa con forza l’idea che per affrontare in modo serio questa patologia serva un cambio di passo, capace di integrare ospedale e territorio e di inserire l’emicrania dentro una visione moderna della gestione della cronicità.
L’obiettivo indicato dagli esperti è costruire un modello meno disomogeneo, in cui il paziente non sia lasciato a muoversi da solo tra centri specialistici, tempi d’attesa e percorsi diversi da area ad area. In questo senso, il confronto ha assunto un valore che va oltre il singolo quadro clinico: l’emicrania è diventata il simbolo di una sanità che deve imparare a riconoscere prima e governare meglio le patologie croniche ad alto impatto.
Degenerazione maculare, la vera sfida è l’organizzazione delle cure
Un altro momento centrale della giornata è stato dedicato alla degenerazione maculare, affrontata dal punto di vista della governance dell’innovazione e della parità di trattamento. Il messaggio emerso è stato netto: oggi non basta sapere che esistono opzioni di cura efficaci, perché il vero problema è rendere queste possibilità concretamente accessibili in tempi adeguati e in modo uniforme.
Secondo quanto emerso nel confronto, la criticità maggiore riguarda l’organizzazione dell’erogazione delle cure. La presa in carico del paziente, il collegamento tra ospedale e territorio, la programmazione dei controlli e l’individuazione di setting assistenziali più snelli sono tutti aspetti che incidono in maniera decisiva sui risultati clinici. Quando questi meccanismi non funzionano, aumenta il peso per i servizi, crescono i disagi per le persone assistite e si rischia di compromettere anche l’aderenza ai trattamenti.
Particolare attenzione è stata riservata alla necessità di modelli più proattivi e personalizzati. L’idea è che l’organizzazione debba adattarsi ai bisogni dei pazienti e non il contrario. Ridurre gli accessi inutilmente gravosi, semplificare i flussi, standardizzare i percorsi e garantire continuità tra diagnosi e trattamento sono passaggi essenziali per migliorare gli esiti di cura e alleggerire il carico psicologico e organizzativo sulle famiglie.
Equità di accesso e standard nazionali: la questione aperta
Nel corso del dibattito sulla degenerazione maculare è emerso anche un altro aspetto decisivo: la disomogeneità dell’accesso alle cure. Una disuguaglianza che non riguarda soltanto il tradizionale divario tra Nord e Sud, ma che spesso si manifesta anche all’interno della stessa regione. Quindi, il diritto alla cura rischia ancora oggi di dipendere troppo dal luogo in cui si vive e dalla capacità organizzativa delle singole strutture.
Per questo, tra le proposte più significative discusse a Bari c’è quella di definire uno standard minimo nazionale dei percorsi di cura, lasciando alle regioni la possibilità di adattare i modelli organizzativi alle specificità locali. Il principio è semplice: flessibilità sì, ma senza rinunciare a livelli uniformi di qualità. In questa prospettiva, il monitoraggio assume un ruolo decisivo. Non basta osservare la spesa: servono anche indicatori di percorso ed esito, come i tempi tra diagnosi e accesso alla terapia, il numero dei trattamenti effettuati e i risultati ottenuti nel tempo.
Un sistema di valutazione di questo tipo permetterebbe di correggere tempestivamente le criticità, intervenendo sull’organizzazione, sulla distribuzione del personale e sulla programmazione economica. La sfida, dunque, non è solo clinica ma profondamente gestionale. E riguarda la tenuta complessiva del Servizio sanitario nazionale.
Innovazione, sostenibilità e nuovi modelli di sanità pubblica
La prima giornata della Mediterranea School ha offerto anche uno sguardo più ampio sul rapporto tra innovazione e sostenibilità. In un contesto segnato dall’aumento delle patologie croniche, dall’invecchiamento della popolazione e dalla pressione sui bilanci pubblici, la vera domanda è come innovare senza lasciare indietro nessuno.
Da Bari è arrivata una risposta chiara: l’innovazione non può essere interpretata soltanto come disponibilità di nuove cure, ma come capacità di ridisegnare l’intero percorso assistenziale. Questo significa rafforzare l’integrazione tra professionisti, valorizzare il territorio, usare meglio gli strumenti di monitoraggio, semplificare i percorsi e costruire modelli in grado di assicurare continuità, appropriatezza e prossimità.
Anche il confronto su altri temi affrontati nel programma, dalla riduzione del rischio legato al tabagismo fino alle connessioni tra diverse patologie croniche, si inserisce in questa stessa visione: una sanità che non si limita a intervenire sull’emergenza, ma si organizza per prevenire, accompagnare e gestire nel tempo.
Un laboratorio politico e sanitario per il Mezzogiorno
La sensazione che emerge dall’avvio dei lavori è che la Mediterranea School 2026 voglia proporsi come un vero laboratorio strategico per il Mezzogiorno. Non un semplice contenitore di relazioni tecniche, ma uno spazio in cui il Sud prova a mettere a fuoco priorità, ritardi e possibilità di rilancio della sanità pubblica.
Bari, in questo quadro, assume un valore simbolico e pratico insieme. Simbolico, perché ospita un confronto che rimette al centro il tema del diritto alla salute in un’area del Paese spesso alle prese con fragilità strutturali. Pratico, perché da qui possono partire indicazioni utili per orientare scelte regionali e nazionali, soprattutto sul terreno dell’equità e dell’organizzazione.
L’evento proseguirà fino al 17 aprile, ma la prima giornata ha già indicato una direzione precisa: per migliorare davvero i risultati di cura non basta introdurre innovazione, occorre renderla governabile, accessibile e sostenibile. È in questo equilibrio che si gioca una parte importante del futuro del Servizio sanitario nazionale.
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