Tempo di lettura: 3 minutiSolo il 60% di chi è stato malato di tumore riesce a tornare al proprio posto di lavoro dopo le cure. Il reinserimento è più difficile per le donne e i soggetti più fragili.
A impedire di riprendere del tutto la vita lavorativa, ci sono molti fattori. Uno studio presentato al congresso europeo di oncologia (ESMO) in corso a Madrid ha cercato di analizzare questi ‘impedimenti’ in un contesto piuttosto privilegiato rispetto a molte altre realtà, la Norvegia. Elisabetta Iannelli, Segretario Generale di Favo, ha invece raccontato la dimensione italiana.
Nello studio, il NOR-CAYACS ha indagato la capacità lavorativa di 1.198 persone alle quali, nel periodo 1985-2009 (Cancer Registry Norway), era stato diagnosticato un tumore (melanoma, tumore del colon retto, tumore della mammella stadio I-III, linfoma non Hodgkin o leucemie) all’età di 19-39 anni e vivi nel settembre 2015 (l’età media al momento della survey era di 49 anni).
Dai risultati è emerso che solo il 60% degli intervistati aveva un posto di lavoro a tempo pieno, ad una distanza media di 13 anni dalla fine del trattamento oncologico. L’identikit di chi aveva totalizzato un basso punteggio di Work Ability Index era: donna, con basso grado di istruzione, depressa, con fatigue, lindema, ridotta qualità di vita fisica e scarso stato di salute autoriferito. I sopravvissuti ad un linfoma non Hodgin erano quelli con il minor punteggio di capacità lavorativa, mentre i soggetti con melanoma si collocavano all’estremo opposto.
“L’80% circa dei giovani affetti da tumore possono oggi essere curati – afferma il professor Gilles Vassal, direttore della Ricerca Clinica, Gustave Roussy, Villejuif (Francia) e Past President della European Society for Paediatric Oncology (SIOPE) – ma le cure sono intensive e due survivor su tre presentano conseguenze fisiche e psicologiche di lunga durata. Questo studio dimostra che sono proprio gli effetti somatici e psicologici delle terapie a ridurre la capacità lavorativa, più del cancro in sé. ”.
Gli effetti indesiderati dei trattamenti insomma possono comparire anche a distanza di mesi o anni dal termine della terapia, e se una persona si è ammalata di cancro in età giovanile, possono interferire con la carriera lavorativa. “Per questo i giovani che si ammalano di tumore – conclude Vassal – dovrebbero ricevere informazioni chiare sui potenziali effetti tossici dei trattamenti oltre che essere sottoposti ad attento monitoraggio per minimizzare la gravità delle conseguenze a lungo termine. Sono inoltre necessari degli studi clinici prospettici volti ad individuare trattamenti che riducano il rischio di tossicità tardive, senza al contempo mettere in predicato le probabilità di superare la malattia”.
Elisabetta Iannelli, Segretario Generale FAVO ha commentato: “Studi come quello norvegese presentato all’Esmo 2017 non fanno che confermare ciò che i pazienti, con il sostegno del volontariato oncologico, affermano da tempo: chi ha ricevuto una diagnosi di cancro, soprattutto se ne è totalmente guarito, può e vuole continuare a lavorare poiché il lavoro è terapeutico ed è fondamentale per il pieno ritorno alla vita dopo la malattia”.
“Perdere il posto di lavoro o essere licenziati, subire discriminazioni o demansionamenti in conseguenza del cancro – prosegue Iannelli – sono traumi dolorosi e lesivi della dignità della persona, oltreché profondamente ingiusti e, pertanto, inaccettabili. Lo studio Norvegese conferma che più della metà degli ex malati a distanza di oltre un decennio dalla diagnosi continua a lavorare a tempo pieno ma ci dice anche che i soggetti più fragili che, purtroppo, sono in prevalenza donne, sono a maggior rischio di esclusione sociale e di povertà (come confermato da alcuni studi sulla tossicità finanziaria). E’ ormai noto che effetti a lungo termine o tardivi connessi e conseguenti al cancro ed alle terapie antineoplastiche, costituiscono un rischio aggiuntivo di salute e possono essere un ostacolo invalidante anche sul lavoro, se non vengono poste in essere azioni concrete per rimuovere queste barriere culturali e sociali”.
Promuoviamo salute
Cancro. Solo il 60% di chi è guarito riesce a riavere posto di lavoro
Ricerca innovazioneSolo il 60% di chi è stato malato di tumore riesce a tornare al proprio posto di lavoro dopo le cure. Il reinserimento è più difficile per le donne e i soggetti più fragili.
A impedire di riprendere del tutto la vita lavorativa, ci sono molti fattori. Uno studio presentato al congresso europeo di oncologia (ESMO) in corso a Madrid ha cercato di analizzare questi ‘impedimenti’ in un contesto piuttosto privilegiato rispetto a molte altre realtà, la Norvegia. Elisabetta Iannelli, Segretario Generale di Favo, ha invece raccontato la dimensione italiana.
Nello studio, il NOR-CAYACS ha indagato la capacità lavorativa di 1.198 persone alle quali, nel periodo 1985-2009 (Cancer Registry Norway), era stato diagnosticato un tumore (melanoma, tumore del colon retto, tumore della mammella stadio I-III, linfoma non Hodgkin o leucemie) all’età di 19-39 anni e vivi nel settembre 2015 (l’età media al momento della survey era di 49 anni).
Dai risultati è emerso che solo il 60% degli intervistati aveva un posto di lavoro a tempo pieno, ad una distanza media di 13 anni dalla fine del trattamento oncologico. L’identikit di chi aveva totalizzato un basso punteggio di Work Ability Index era: donna, con basso grado di istruzione, depressa, con fatigue, lindema, ridotta qualità di vita fisica e scarso stato di salute autoriferito. I sopravvissuti ad un linfoma non Hodgin erano quelli con il minor punteggio di capacità lavorativa, mentre i soggetti con melanoma si collocavano all’estremo opposto.
“L’80% circa dei giovani affetti da tumore possono oggi essere curati – afferma il professor Gilles Vassal, direttore della Ricerca Clinica, Gustave Roussy, Villejuif (Francia) e Past President della European Society for Paediatric Oncology (SIOPE) – ma le cure sono intensive e due survivor su tre presentano conseguenze fisiche e psicologiche di lunga durata. Questo studio dimostra che sono proprio gli effetti somatici e psicologici delle terapie a ridurre la capacità lavorativa, più del cancro in sé. ”.
Gli effetti indesiderati dei trattamenti insomma possono comparire anche a distanza di mesi o anni dal termine della terapia, e se una persona si è ammalata di cancro in età giovanile, possono interferire con la carriera lavorativa. “Per questo i giovani che si ammalano di tumore – conclude Vassal – dovrebbero ricevere informazioni chiare sui potenziali effetti tossici dei trattamenti oltre che essere sottoposti ad attento monitoraggio per minimizzare la gravità delle conseguenze a lungo termine. Sono inoltre necessari degli studi clinici prospettici volti ad individuare trattamenti che riducano il rischio di tossicità tardive, senza al contempo mettere in predicato le probabilità di superare la malattia”.
Elisabetta Iannelli, Segretario Generale FAVO ha commentato: “Studi come quello norvegese presentato all’Esmo 2017 non fanno che confermare ciò che i pazienti, con il sostegno del volontariato oncologico, affermano da tempo: chi ha ricevuto una diagnosi di cancro, soprattutto se ne è totalmente guarito, può e vuole continuare a lavorare poiché il lavoro è terapeutico ed è fondamentale per il pieno ritorno alla vita dopo la malattia”.
“Perdere il posto di lavoro o essere licenziati, subire discriminazioni o demansionamenti in conseguenza del cancro – prosegue Iannelli – sono traumi dolorosi e lesivi della dignità della persona, oltreché profondamente ingiusti e, pertanto, inaccettabili. Lo studio Norvegese conferma che più della metà degli ex malati a distanza di oltre un decennio dalla diagnosi continua a lavorare a tempo pieno ma ci dice anche che i soggetti più fragili che, purtroppo, sono in prevalenza donne, sono a maggior rischio di esclusione sociale e di povertà (come confermato da alcuni studi sulla tossicità finanziaria). E’ ormai noto che effetti a lungo termine o tardivi connessi e conseguenti al cancro ed alle terapie antineoplastiche, costituiscono un rischio aggiuntivo di salute e possono essere un ostacolo invalidante anche sul lavoro, se non vengono poste in essere azioni concrete per rimuovere queste barriere culturali e sociali”.
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Yoga e meditazione, 25 minuti rilasciano endorfine e attivano energia
Stili di vitaSempre più spesso di sente parlare dei suoi effetti positivi, da qualche anno lo conferma anche la scienza. Con yoga e meditazione mindfulness cresce l’energia e migliorano le funzionalità cerebrali. Bastano soltanto 25 minuti al giorno per vedere gli effetti sulle funzioni cosiddette esecutive, correlate alla soluzione di problemi, sul comportamento legato al raggiungimento degli obiettivi, sulla capacità di controllo delle emozioni e degli impulsi, oltre che dei pensieri e delle azioni ripetitive. A evidenziarlo sono i dati di uno studio dell’Università di Waterloo, in Canada. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Mindfulness. Gli studiosi hanno preso in esame 31 studenti, che hanno completato 25 minuti di Hatha yoga, 25 minuti di meditazione mindfulness e 25 minuti di lettura tranquilla (un compito di controllo) in ordine casuale. Hanno scoperto che in chi svolgeva le attività di yoga e meditazione miglioravano le funzioni cerebrali, in particolare quelle di tipo esecutivo, misurate su una scala apposita. Non solo: a migliorare erano anche i livelli di energia, ma in questo caso lo hatha yoga offriva più vantaggi rispetto alla mindfulness. “Ci sono una serie di teorie sul perché gli esercizi fisici come lo yoga migliorano i livelli di energia e le prestazioni nei test cognitivi – evidenzia Kimberley Luu, autrice principale dello studio – queste includono il rilascio di endorfine, un aumento del flusso sanguigno nel cervello e una riduzione di focalizzazione sui pensieri ripetitivi. Anche se in definitiva questa è ancora una domanda aperta”. Insomma, queste pratiche basate sulla respirazione non promuovono soltanto il senso di rilassatezza, ma come conferma questa ricerca, sono per il cervello attivatori di energia.
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Malaria, ecco tutto quello che c’è da sapere
Partner, PrevenzioneLa malaria, a partire dai casi che hanno scioccato l’opinione pubblica. E ancora, la possibilità di contrarre una malattia a causa della puntura di un insetto, sino alla prevenzione e alle possibili strategie da mettere in campo. Ad affrontare uno dei temi più caldi del momento, ai microfoni di Radio Kiss Kiss, sarà il professor Carlo Tascini (direttore della Prima Divisione Malattie Infettive all’Ospedale Cotugno di Napoli). L’appuntamento è come sempre per sabato, alle 11 circa, con Good Morning Kiss Kiss, nell’approfondimento realizzato in partnership con il Network PreSa – Prevenzione e Salute.
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Malattie dell’apparato digerente, prevenzione gratuita in piazza
PrevenzioneSe non è un allarme, non si può dire comunque che sia rassicurante: «In Campania il tasso di ospedalizzazione per le malattie dell’apparato digerente è il più alto d’Italia (17.3 pazienti colpiti su 1.000 abitanti e 101.195 dimissioni l’anno). Tutto questo anche per effetto della maggiore prevalenza di virus epatitici, in Italia le Epatiti di tipo B e C colpiscono circa 2,5 milioni di persone (65-70% virus c, 10-15% virus B)». I dati sono quelli dell’ Associazione Italiana Gastroenterologi e ed endoscopisti Ospedalieri (AIGO) e riguardano anche le malattie infiammatorie croniche intestinali. Se in Italia si registra una media di 250 casi ogni 100mila abitanti, in Campania la prevalenza stimata è di 15.000 persone. Su base nazionale, un cittadino su 100 è affetto da celiachia mentre quasi il 20% della popolazione italiana è affetta da patologie funzionali dell’apparato digerente.
Aigo In… forma
«I dati, – avverte la dottoressa Rossella Pumpo, gastroenterologa, consigliere campana AIGO (Associazione Italiana Gastroenterologi e ed endoscopisti Ospedalieri) – registrano, soprattutto in Campania, un significativo incremento e trattandosi di patologie invalidanti la diagnosi precoce diventa lo strumento più efficace per la gestione e la soluzione di queste patologie ed in particolare delle malattie infiammatorie croniche intestinali». Di qui l’iniziativa di una campagna itinerante di diagnosi precoce e cura delle malattie infiammatorie croniche intestinali che, dopo le positive tappe di Salerno e Benevento, approda anche a Napoli col Gazebo-ambulatorio “ AIGO In…forma !”, che sarà allestito domani, dalle 16,00 alle 21,00, in piazza San Domenico Maggiore.
Test gratuiti
«Grazie alla disponibilità dell’Asl Napoli 1 Centro, in collaborazione con AMICI, l’associazione dei pazienti affetti da malattie infiammatore croniche intestinali, – spiega il presidente del Consiglio Regionale Aigo, Ernesto Claar – torniamo nelle piazze con lo scopo di fare emergere il bisogno di salute in ambito gastroenterologia della nostra regione. Sarà disponibile uno stand presso il quale i cittadini potranno ricevere informazioni circa i percorsi disponibili su tutto il territorio, effettuare test gratuiti e ricevere una consulenza sulle malattie infiammatorie croniche intestinali oltre ad un counseling con uno specialista psicologo». Presso il gazebo-ambulatorio sarà inoltre possibile ritirare un ticket gratuito per un accesso presso il presidio ospedaliero San Paolo di Napoli dove effettuare il dosaggio di specifici marcatori per la diagnosi precoce di patologie infiammatorie croniche intestinali.
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Celiaci: solo un sesto degli adulti lo è davvero. Mercato da 6 miliardi
AlimentazioneCeliaci per convinzione, ma senza aver avuto una diagnosi. La sempre più diffusa e costosa ‘fobia’ del glutine, motivata da possibili problemi di intolleranza, è infondata nella gran maggioranza dei casi. Un nuovo studio australiano pubblicato sul Medical Journal of Australia ha raccolto numeri impressionati. Secondo i ricercatori dell’Università di Newcastle, il glutine fa scattare problemi di salute in appena un sesto degli adulti che accusano intolleranza alla proteina. Il giro d’affare globale del gluten-free vale più di 6 miliardi di dollari Usa e gli studiosi pongono interrogativi verso questo mercato lucrativo.
Alla guida del team di ricercatori ci sono Marjorie Walker e Michael Porter della Scuola di patologia anatomica dell’atene che si sono rivolti all’8% degli australiani che sostengono di essere celiaci, secondo le statistiche. Si tratta di coloro che incolpano il glutine per una serie di disturbi, dal gonfiore di stomaco a mal di testa e nausea, a dolore alle giunture, da depressione a febbre da fieno. “Risulta che solo una piccola proporzione sia veramente suscettibile al glutine o al frumento. Molti si sottopongono senza necessità a una costosa dieta gluten-free“, commentano gli scienziati. La celiachia è una condizione autoimmune in cui il glutine induce il sistema immunitario ad attaccare l’intestino e altri organi, ma per ogni persona realmente affetta, circa altre sette si dichiarano suscettibili alla proteina senza soffrire di celiachia, riferiscono gli studiosi. Una dieta gluten-free costa 17 volte più di una regolare, ed espone la persona a carenza di oligoelementi e di vitamine. Insomma, i medici avvertono: tale dieta può anche aggravare i rischi di attacchi cardiaci o ictus, di ipertensione, di alti livelli di colesterolo di sovrappeso, perché le alternative senza glutine hanno alti contenuti di carboidrati. Evitare il glutine interferisce inoltre con importanti batteri intestinali e aumenta l’esposizione alle tossine. Un altro studio recente lo ha anche collegato ad alti livelli di arsenico nelle urine. Dallo studio emerge che ad accusare problemi legati al glutine sono in maggioranza donne e relativamente giovani. Secondo gli studiosi, molte sono in cerca di facili soluzioni piuttosto che seguire tradizionali consigli di salute come evitare cibo confezionato.
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Come rendere la casa a misura di bambino. I consigli dei medici
BambiniBastano poche regole: montare reti a protezione dei balconi, non lasciare soli i piccoli mentre fanno il bagnetto o durante la pappa in cucina. Nel nuovo numero del magazine digitale ‘A Scuola di salute’ a cura dell’IBG (Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell’Adolescente) diretto dal prof. Alberto G. Ugazio, i consigli degli esperti dell’Ospedale Pediatrico romano su come rendere la casa più sicura. Ecco quali misure di sicurezza adottare per prevenire eventuali incidenti domestici.
Quando lo mettiamo a letto. Per scongiurare il rischio di soffocamento, ad esempio, non riempire la culla di giocattoli, peluche, laccetti del ciuccio o di altri giochi. Sconsigliate anche catenine, braccialetti o ciondoli. Il bambino va fatto addormentare sul dorso e non sul ventre, in modo da consentirgli una respirazione corretta e il cuscino su cui poggia la testa non deve essere troppo grande e neppure soffice. Il lettino in cui dorme deve avere sponde alte almeno 75-80 cm, mentre le sbarre devono essere distanti tra loro non più di 8 cm per evitare che ci possa infilare la testa. Un’altra indicazione per la casa è quella di installare zanzariere alle finestre o quelle di protezione sulla culla e divieto di fumare in casa, ma soprattutto nella stanza in cui dormono i bambini.
Giochiamo sul sicuro. I giochi devono essere realizzati con materiali atossici e non infiammabili, rispettare le norme di sicurezza ed avere ottenuto l’omologazione europea. Attenzione ai palloncini gonfiabili in lattice: possono rompersi all’improvviso in piccoli pezzi ed essere inalati se in prossimità della bocca del bambino.
Il momento del bagnetto. Qui i rischi maggiori sono legati alle ustioni, il 75% delle quali provocate da acqua bollente o vapore, o da annegamento. Prima di immergere il bambino controllare sempre che la temperatura si trovi tra i 36 e i 38 gradi al massimo. La temperatura centrale dell’acqua (l’impostazione data alla caldaia) va invece sempre regolata sotto i 48 gradi per prevenire che il bambino si ustioni con l’acqua di casa.
Si possono prevenire rischi di annegamento evitando di lasciare soli i bambini in vasca. I più piccoli possono trovarsi in pericolo anche senza lanciare alcun segnale di allarme, all’improvviso (si perde conoscenza nel giro di due minuti) e in uno spazio di appena 5 cm d’acqua. Per rendere il ‘rito’ del bagnetto sicuro, oltreché divertente, utilizzare tappetini antisdrucciolo a terra e protezioni antiurto sulle rubinetterie.
In soggiorno. E’ lo spazio della casa in cui di solito avviene maggiore condivisione tra genitori e figli, ma anche il posto in cui urtare uno spigolo oppure infrangere una cristalleria pregiata. Paracolpi e paraspigoli, in tal senso, consentiranno ai bambini di muoversi quasi come fossero in cameretta. Il momento dei cartoni animati è forse quello più atteso dai bambini. Quando si guarda la tv ricordarsi sempre di farlo alla giusta distanza (pari a 5 volte la diagonale dello schermo).
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Così il sorriso incide sulla salute e migliora la vita
Ricerca innovazionePuò sembrare una banalità ma non lo è, sorridere fa bene alla salute. A dirlo era stata qualche anno fa una ricerca scientifica pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Social Cognitive & Affective Neuroscience. Ora ricercatori inglesi hanno confermato questa scoperta e aggiunto nuovi dettagli alla terapia del sorriso. Stando a quanto scoperto, quando sorridiamo riusciamo a recepire in modo diverso le emozioni che ci arrivano dall’esterno. Gli studiosi hanno chiesto a 25 partecipanti di sfogliare una serie di foto che mostravano volti sorridenti o con un’espressione neutrale e hanno registrato le reazioni del loro cervello usando un elettroencefalogramma. Hanno così osservato che quando i partecipanti sorridevano guardando l’immagine di un volto neutrale, il loro cervello avvertiva l’espressione della foto come un sorriso. «È la dimostrazione del ruolo fondamentale che l’espressione facciale ha, soprattutto quando si tratta di decifrare quella altrui – scrivono i ricercatori -. Il nostro studio sembra supportare la frase: se sorridi, il mondo ti sorriderà».
«Apatia» da botx
Una delle scoperte sorprendenti che sono arrivate in questi anni riguarda l’utilizzo del botox, chi si è sottoposto a trattamenti di estetici ed è arrivato fino al punto da ottenere un irrigidimento dei muscoli facciali, è meno portato a provare le immediate sensazioni di benessere scatenate dal sorriso. Meno si sorride, meno si è capaci di provare l’immediato piacere che deriva da emozioni positive. Indipendentemente dagli stimoli esterni. In questo senso, un interessante esperimento risale agli anni ’80, quando alcuni ricercatori portarono a termine uno studio molto eloquente. Ad un gruppo di volontari fu chiesto di guardare una serie di cartoni animati. Coloro che guardarono lo schermo mordendo una penna risultarono più divertiti e più entusiasti rispetto a quelli che, invece, seguirono la storia a bocca chiusa.
Una vita più lunga
Ultimo aspetto che dovrebbe indurci a cercare di sorridere di più è quello che riguarda la longevità. Chi sorride, infatti, in media vive più a lungo e sembra più giovane. Il sorriso naturale ringiovanisce il viso di circa tre anni e chi sorride di più può vedere prolungata la propria aspettativa di vita anche di sette anni. Inoltre, sorridere aiuta il corpo a rilassarsi. Il relax permette al sistema immunitario di reagire in modo più rapido ed efficace di fronte alle minacce. Tanti buoni motivi per guardare alla vira con una luce nuova e regalarci uno splendido sorriso.
Fuoco di Sant’Antonio, il vaccino che nessuno conosce
News PresaChi lo ha sperimentato da che il fuoco di Sant’Antonio (principale complicanza dell’herpes zoster porta un dolore forte, costante o intermittente, veramente insopportabile. Oggi però esiste una soluzione, un vaccino monodose, che però è sconosciuto in buona parte d’Italia. Addirittura, tre italiani su quattro non conoscono questa opportunità. Eppure il foco di Sant’Antonio colpisce 157mila persone in Italia ogni anno, con una durata media che va dai 5 ai 7 mesi e con un costo complessivo di 42milioni di euro sul Sistema Sanitario Nazionale. Insomma, una nevralgia post erpetica che veramente cambia (in peggio) la qualità di vita di centinaia di migliaia di pazienti. Gli esperti stimano che il fuoco di Sant’Antonio colpisca circa il 20% di quanti entrano in contatto con lo Zoster. Il tema è stato oggetto di un importante dibattito romano, nel quale si è discusso proprio del «Dolore neuropatico da fuoco di Sant’Antonio» grazie alle testimonianze dei pazienti dell’Istituto Don Luigi Sturzo.
Qualità di vita
Una recente indagine di Doxapharma, che ha coinvolto oltre 200 persone fra i 60 e i 70 anni colpite dall’herpes zoster rivela come il 43% dei pazienti ha avuto ripercussioni sul lavoro, con 13 giorni persi di media, mentre il 55% non è stato autonomo nelle più semplici attività quotidiane. Eppure, come detto, il dolore da nevralgia post erpetica potrebbe essere evitato grazie a un vaccino in unica dose, con alto grado di tollerabilità, in grado di prevenire l’insorgenza dello zoster e della neuropatia che ne consegue, gratis per i 65enni e per alcune categorie (diabetici, ammalati cronici, affetti da neoplasie, che hanno molte più chances di essere colpiti dallo Zoster rispetto ai soggetti sani) del nuovo Piano nazionale prevenzione vaccinale.
Resistente alle terapie
«Il dolore della nevralgia post erpetica – spiega Sandro Giuffrida, direttore dell’unità operativa complessa di Igiene e Sanità Pubblica dell’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria – ha la particolarità di essere molto resistente alle comuni terapie antalgiche, solo un paziente su due riferisce infatti una attenuazione del dolore a seguito dell’utilizzo di farmaci. Per questo motivo, la prevenzione è determinante, ma su questa patologia c’è un gap comunicativo reale e rilevante: la percezione del rischio di ammalarsi di zoster è elevata solo nelle persone che hanno conosciuto la malattia per averla contratta personalmente o averla sperimentata attraverso un familiare o un amico». Chi non ha la percezione del rischio non sa nemmeno che esiste un vaccino che può prevenire la malattia. Per questo motivo è importante che si faccia informazione, anche circa il maggior rischio che si corre oltre i 60 anni, o se affetti da patologie croniche, di contrarre l’herpes zoster. Allo stesso tempo è importante far sapere che, grazie alla vaccinazione, è possibile ridurre di molto le probabilità di contrarre la malattia.
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Iperemesi. Una donna su 100 ha lo stesso problema di Kate Middleton
PrevenzioneUn’attesa non proprio dolce per chi, come Kate, soffre di iperemesi. Può accadere, infatti, di stare male fino a 50 volte al giorno, con nausea e vomito gravi. Una condizione, quella della duchessa di Cambridge, che interessa una donna su cento in gravidanza. Stando ai dati si verifica in rari casi, ma va gestita con attenzione, spiegano i medici. Se nausea e vomito sono sintomi sperimentati da quasi tutte le donne durante la gestazione (circa 8 su 10), soprattutto nei primi mesi probabilmente a causa dei cambiamenti ormonali, nell’iperemesi gravidica continuano per tutto il periodo della gravidanza. Kate ne è stata colpita durante tutte le gravidanze, compresa l’ultima, annunciata pochi giorni fa. Chi, come lei, vive questa condizione manifesta nausea e vomito prolungate e gravi. La disidratazione è tra i problemi principali, perché non si riesce a trattenere i liquidi, ma può subentrare anche perdita di peso, pressione bassa quando si sta in piedi e chetosi. Quest’ultima provoca l’accumulo di sostanze chimiche acide nel sangue e nelle urine, un meccanismo che si aziona perché il corpo fa leva sulle riserve di grasso piuttosto che sugli zuccheri per l’energia.
Il sistema sanitario inglese ha voluto mettere in evidenza questa problematica attraverso una scheda dedicata alla patologia sul proprio sito (Nhs). Purtroppo l’iperemesi non si allevia entro 14 settimane, come accade per chi sperimenta forme lievi o moderate di nausea e vomito, ma può durare per l’intera gravidanza, finche’ il bimbo non nasce, tuttavia alcuni sintomi possono migliorare a circa 20 settimane. C’è anche un’altra cattiva notizia che riguarda questa condizione. Proprio come è avvenuto al Kate Middleton, chi l’ha già sperimentata in gravidanze precedenti ha una maggiore possibilità che si ripresenti.
Alcuni rimedi utili ci sono. Si possono contrastare i sintomi con gli anti-emetici, la vitamine b6 e b12 e eventualmente steroidi, anche in combinazione. Tuttavia, il vomito e la nausea possono anche diventare incontrollabili e questo può richiedere un ricovero in ospedale, dove è possibile effettuare trattamenti con fluidi intravenosi. Prima si iniziano i trattamenti maggiore è la probabilità di avere effetti positivi.
Se trattata per tempo questa condizione non provoca problemi al bambino, anche se la perdita di peso della mamma può portarlo a nascere a propria volta con un peso inferiore al normale. Sono davvero rari invece i casi in cui si verificano conseguenze gravi, come una trombosi venosa profonda, dovuta alla disidratazione e alla mancanza di movimento.
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La buona cucina italiana, ma metà delle materie prime viene dall’estero
AlimentazioneCarni, latte, frumento e pesce: il nostro Paese fa arrivare ogni anno dall’estero prodotti agroalimentari per un bilancio totale di 42 miliardi di euro. Si tratta di materie prime, alla base di molti marchi dell’industria alimentare nostrana, d’altronde il Made in Italy fonda le sue radici proprio nella lavorazione.
Ma cosa succede se alcuni cibi sono contaminati da sostanze chimiche che da noi sono vietate? La cartina dell’importazione tracciata da Coldiretti mostra da dove vengono queste materie prime. Il primo dato che colpisce riguarda un ingrediente alla base della dieta mediterranea. Circa la metà del grano duro fa un viaggio transatlantico dal Canada per giungere fino al Belpaese, qualche migliaio di chilometri in meno se arriva dall’Ucraina. Da più vicino, invece, arriva la carne bovina refrigerata (Francia o Polonia) e il latte (Germania e Slovenia).
Insomma, la produzione interna non basta per coprire il fabbisogno del Paese. Giusto per rendere un’idea: le aziende italiane spendono 460 milioni di euro all’anno per assicurarsi il caffè grezzo in Brasile; 170 milioni di euro per le mandorle statunitensi e 67 milioni per i crostacei e i molluschi cinesi.
Il prodotto più importato in assoluto è la carne: il 70% delle proteine ovicaprine (pecore e capre) proviene da oltre confine. Quelle bovine (manzo e vitello) si fermano al 40%. Stesso discorso vale per il 35% dei salumi e della carne suina, nonostante la tradizione di insaccati italiani e per la pasta: composta per il 50% di grano duro estero (il grano tenero destinato ai panifici si ferma al 30%). Così come per latte, formaggi e yogurt. Il Mediterraneo che circonda la nostra Penisola non basta neanche per il pesce. Le nostre aziende spendono oltre quattro miliardi all’anno per pesce, crostacei e molluschi. C’è un’unica produzione che non teme scarsità: quella degli ortaggi che è italiana al 99%. Dietro questo andamento che ha cifre stabili da ormai 4 anni, non c’è solo l’abbattimento dei costi, specie del lavoro. In realtà entrano in gioco tecniche di coltivazione diverse: «Soprattutto nei Paesi extraeuropei si utilizzano fitofarmaci che qui da noi sono fuori legge», spiega sulle pagine de La Stampa, il biologo Luciano Atzori. Un esempio è la matrina: «Si tratta di un diserbante molto utilizzato in Cina che si estrae da una radice. Per cui si ottiene a basso costo e passa pure come sostanza naturale. Ma i rischi per la salute sono enormi», rivela Atzori. La sostanza, infatti, prodotta maggiormente in Cina e India, non è commerciabile in Europa perché ritenuta neurotossica, allo stesso modo dei più pericolosi e dannosi fitofarmaci quali i carbammati, i fosforganici e i cloro derivati come il Ddt. La sostanza agisce inibendo l’attività della colinesterasi e provocando la sindrome da avvelenamento con tremori, scordinamento dei movimenti, scarso equilibrio, disturbi intestinali e la morte per blocco della respirazione. Oltre a questi sintomi acuti i composti neurotossici possono determinare fenomeni di bio- accumulo nei tessuti lipidici provocando nel tempo fenomeni di tossicità cronica. Insomma “naturale” non è sinonimo di “sano” o di “sicuro”. Molti veleni sono naturali, come appunto la Matrina, di origine vegetale sì, ma altamente tossica per l’uomo, per l’ambiente e per gli animali, che a volte è stata venduta come fertilizzante naturale agli agricoltori. Una vera e propria frode scoperta qualche anno fa a seguito dell’operazione Mela Stregata che ha visto tra le sue vittime soprattutto il settore biologico, con i suoi produttori ingannati dal paradosso del “naturale”. Il caso scoppiò a seguito di una segnalazione di FederBio, da Icqrf (Ispettorato Centro della tutela della Qualità e Repressione Frodi agro- alimentari) e Guardia di Finanza.
Nella black list di Coldiretti sui Paesi che importano prodotti con più residui tossici, in cima alla classifica c’è la Cina. Solo nel 2016 sono aumentate del 43% le importazioni di concentrato di pomodoro dal Paese asiatico che hanno raggiunto circa 100 milioni di chili, pari a circa il 10% della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente. Se nella maggioranza dei broccoli cinesi è stata trovata la presenza in eccesso di Acetamiprid, Chlorfenapyr, Carbendazim, Flusilazole e Pyridaben, nel prezzemolo vietnamita – sottolinea la Coldiretti – i problemi derivano da sostanze come Chlorpyrifos, Profenofos, Hexaconazole, Phentoate, Flubendiamide mentre il basilico indiano contiene Carbendazim che è vietato in Italia perché ritenuto cancerogeno. Nella classifica dei prodotti più contaminati che provengono dall’estero ci sono anche le melagrane dall’Egitto che superano i limiti in un caso su tre (33%), ma fuori norma dal Paese africano sono anche l’11% delle fragole e il 5% delle arance.
Secondo gli economisti, una delle ragioni che obbliga l’Italia a una forte importazione dall’estero riguarda la regolamentazione. In primis quella europea. Il mercato unico si reggerebbe ancora su dei limiti di produzione che avvantaggiano alcuni dei nostri partner europei a discapito dell’Italia. Gli strumenti per migliorare il saldo fra produzione e importazione non mancano. Come ad esempio nel caso dei contratti di filiera: accordi fra produttori e aziende per cui si coordinano colture agricole e necessità industriali al fine di non sprecare risorse e favorire le produzioni locali. Una soluzione che potrebbe anche migliorare i già alti standard di sicurezza alimentari italiani.
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