Turni di lavoro intensi, una quantità crescente di incombenze burocratiche e, soprattutto, il peso emotivo delle diagnosi difficili e della sofferenza dei pazienti. Sono alcuni degli elementi che accompagnano quotidianamente il lavoro dei medici internisti e che, soprattutto quando non trovano uno spazio nel quale essere riconosciuti ed elaborati, possono avere conseguenze importanti sul benessere dei professionisti.
Oltre il 65% dei medici internisti ha sperimentato almeno una volta il burnout, una condizione caratterizzata da un forte esaurimento legato all’attività professionale. Non si tratta soltanto di stanchezza: quando lo stress diventa persistente può influire sul rapporto con il lavoro, sulle relazioni all’interno dell’ambiente sanitario e, nei casi più complessi, anche sulla capacità diagnostica e di cura.
Per chi lavora ogni giorno a stretto contatto con la malattia, trovare strumenti attraverso i quali dare un significato alle proprie esperienze può quindi diventare parte di un percorso di consapevolezza professionale.
Un contest per raccontare ciò che accade accanto ai pazienti
Dalla necessità di creare uno spazio di espressione e condivisione nasce il contest di scrittura creativa promosso dalla Società Italiana di Medicina Interna (Simi) in collaborazione con la Scuola Holden.
L’iniziativa ha raccolto circa cento manoscritti provenienti da tutta Italia. Il progetto di storytelling è rivolto ai medici internisti ed è stato pensato come un invito a raccontare le esperienze umane vissute accanto ai pazienti, portando sulla pagina non soltanto la malattia e il percorso terapeutico, ma anche emozioni, dubbi, successi, sconfitte e relazioni che caratterizzano la pratica clinica.
«I medici hanno un enorme bisogno di raccontare ciò che vivono ogni giorno. Non è un caso che nella storia della narrativa ci siano molti medici autori di romanzi divenuti grandi successi», spiega Christian Bracco, membro del direttivo Simi e promotore dell’iniziativa.
La scrittura, in questa prospettiva, può diventare uno strumento per dare ordine a situazioni che nella quotidianità ospedaliera possono essere vissute con grande intensità.
Scrivere per decodificare le emozioni
Il rapporto tra medico, paziente e famiglia non è sempre semplice. Alla complessità della diagnosi e delle decisioni terapeutiche possono aggiungersi incomprensioni, aspettative differenti e momenti di conflittualità.
Secondo Bracco, questa tensione può coinvolgere sia i pazienti sia i caregiver e arrivare, in alcuni casi, a mettere in discussione l’efficacia del percorso diagnostico e l’aderenza alle terapie. «La scrittura diventa uno strumento di decodificazione delle emozioni e di riappacificazione», sottolinea.
Mettere per iscritto ciò che accade durante la cura significa allora osservare l’esperienza da un’altra prospettiva. Il racconto consente di soffermarsi su passaggi che nell’urgenza del lavoro quotidiano rischiano di essere rapidamente superati: una conversazione difficile, l’attesa di una diagnosi, il rapporto con i familiari, la soddisfazione di una terapia efficace oppure il peso di una sconfitta.
Tre racconti premiati al congresso Simi di Rimini
Tra i circa cento manoscritti arrivati da tutta Italia saranno selezionati tre racconti. I testi scelti verranno presentati e premiati durante la cerimonia di apertura del congresso nazionale della Società Italiana di Medicina Interna, in programma a Rimini dal 2 al 4 ottobre 2026.
«Nella professione esiste un bisogno profondo di raccontare fatiche e gioie quotidiane, successi e sconfitte, perché aiutano a costruire una medicina capace di intercettare i bisogni dei pazienti e di chi se ne prende cura», spiega Nicola Montano, presidente Simi.
Nei manoscritti esaminati, il filo conduttore individuato dalla giuria è stato proprio l’attenzione alla dimensione umana del paziente e all’etica della buona cura. Una medicina nella quale la competenza scientifica continua a essere fondamentale, ma si accompagna alla capacità di ascoltare, comunicare e comprendere la persona che si trova davanti al medico.
Un principio che Martino Gozzi, direttore della didattica della Scuola Holden, riassume in una frase che lega medicina e narrazione: «La parola è, di fatto, il primo farmaco che abbiamo a disposizione».
Leggi anche:


it freepik