Affamare il tumore e sottrarre calorie e zuccheri per rallentarne la progressione. E’ questo il punto di partenza di una ricerca che sta facendo molto parlare e che in molti considerano come un primo passo verso risultati importanti nella lotta ai tumori. Quello che gli scienziati hanno osservato è che una dieta ipocalorica può ridurre la disponibilità di acidi grassi, il che può portare a un rallentamento nello sviluppo dei tumori. In particolare, a rivelarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature, portato a termine dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Val bene chiarirlo sin da subito, non si sta parlando di sostituire alle cure un’alimentazione ipocalorica; né siamo al cospetto di qualche dieta miracolosa. Il team, guidato da Matthew Vander Heiden, ha però fatto importanti osservazioni che aprono a possibilità ancora da esplorare.
CONSUMO DI GLUCOSIO
In laboratorio gli scienziati hanno sottoposto un gruppo di topi a diversi regimi alimentari associati a un ridotto apporto di zuccheri. Gli animali hanno seguito diete ipocaloriche e chetogeniche (prive di carboidrati), ma solo la prima tipologia sembrava in grado di diminuire la disponibilità di acidi grassi, il che ha suscitato un rallentamento nel decorso del tumore pancreatico nei topolini. Il meccanismo è legato a quello che si potrebbe definire il “metabolismo” del tumore. Le cellule cancerose consumano infatti una grande quantità di glucosio, di qui l’ipotesi di partenza: una particolare dieta potrebbe sottrarre il glucosio necessario al tumore per crescere. Lo studio ha dimostrato che un’alimentazione ipocalorica è associata a effetti più significativi rispetto ad una dieta chetogenica. «Ci sono molte evidenze del fatto che l’alimentazione possa influenzare la velocità di progressione del cancro – afferma Vander Heiden – ma è importante sottolineare che non si tratta di cure o rimedi. Questi risultati, inoltre, non supportano l’adozione di diete ipocaloriche per i pazienti oncologici. Saranno tuttavia necessari ulteriori studi per valutare la possibilità di introdurre alcuni accorgimenti a livello alimentare in determinati pazienti». In letteratura diverse sono le ricerche che hanno suggerito come una dieta ipocalorica possa in qualche modo rallentare la crescita dei tumori, mentre non ci sono prove dell’efficacia di alimentazioni chetogeniche.
PROSPETTIVE INCORAGGIANTI
I ricercatori hanno anche esaminato una coorte di pazienti con tumore pancreatico, valutando gli effetti di diversi regimi alimentari. «Non abbiamo dati abbastanza completi per trarre conclusioni definitive sulle conseguenze della dieta nella popolazione umana – riporta Brian Wolpin, un oncologo del Dana-Farber Cancer Institute e coautore dell’articolo – l’alimentazione povera di calorie può essere difficile da mantenere e può anche provocare effetti collaterali dannosi. È presto quindi per raccomandare determinati comportamenti alimentari ai pazienti oncologici, ma potremmo essere sulla buona strada per individuare i processi biologici che collegano la dieta alla velocità di crescita dei tumori».
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/10/tumore.jpg360640Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-26 10:00:482024-06-09 14:14:50Una dieta può rallentare la crescita del tumore
Quattro ricercatrici italiane descrivono per la prima volta al mondo il funzionamento di una barriera cerebrale (il plesso coroideo) che, per proteggere il cervello dall’infiammazione dell’intestino si chiude e genera stati di ansia e depressione. Questo spiega perché questi stati accompagnano spesso chi soffre di malattie croniche intestinali, come la colite ulcerosa e la malattia di Crohn. Da anni la comunità scientifica ha riconosciuto un legame tra intestino e cervello, il cui funzionamento però è stato fino ad oggi indefinito. Lo studio italiano, pubblicato su Science, rappresenta quindi una svolta nella comprensione dell’asse intestino-cervello e apre la strada a nuove terapie.
La comunicazione tra intestino e cervello
Questi risultati aprono a nuovi scenari nella conoscenza del funzionamento di una delle barriere (o interfacce) fra circolo sanguigno e cervello, il plesso coroideo. Lo studio è stato coordinato dalla professoressa Maria Rescigno, capo del Laboratorio di immunologia delle mucose e microbiota di Humanitas e docente di Patologia Generale di Humanitas University.
“A livello del plesso coroideo abbiamo documentato il meccanismo che blocca l’ingresso nel cervello di segnali infiammatori originati nell’intestino e migrati verso altri organi grazie al flusso sanguigno. A tale fenomeno è associato un isolamento del cervello dal resto dell’organismo che è responsabile di alterazioni comportamentali, tra cui l’insorgenza di stati di ansia”, spiega la prof.ssa Rescigno. “Questo significa che tali condizioni del sistema nervoso centrale sono parte della malattia e non solo manifestazioni secondarie”.
Lo studio è firmato inoltre dalla dott.ssa Sara Carloni, microbiologa di Humanitas University, la prof.ssa Michela Matteoli, docente di Farmacologia di Humanitas University e Direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR, e la dott.ssa Simona Lodato, capo del Laboratorio di Neurosviluppo di Humanitas e docente di Istologia ed Embriologia di Humanitas University.
Le funzioni del plesso coroideo
Il plesso coroideo è una struttura che si trova all’interno del cervello, dove viene prodotto il liquido che avvolge l’encefalo e il midollo spinale, a protezione delle strutture del sistema nervoso centrale. Il plesso coroideo è anche un veicolo per l’ingresso di sostanze nutritive e l’eliminazione di quelle di scarto e ha un ruolo di difesa immunitaria.
“Abbiamo scoperto che all’interno del plesso coroideo, oltre alla nota barriera epiteliale, esiste un’ulteriore barriera vascolare, che abbiamo definito barriera vascolare del plesso coroideo”, spiega la dottoressa Sara Carloni.
“In condizioni normali questo ‘cancello’ consente l’ingresso di molecole derivate dal sangue e, in caso di infiammazione in organi distanti (in questo caso l’intestino), la barriera si riorganizza e si chiude per bloccare l’ingresso di possibili sostanze tossiche”.
Il team di ricercatrici, inoltre, si è chiesto a cosa serve, in condizioni di salute questo “cancello” vascolare (che in assenza di stimolo patologico rimane aperto). Per rispondere è stato usato un modello sperimentale genetico, che consente di “chiudere” la barriera cerebrale senza che ci sia infiammazione dell’intestino.
“Così facendo abbiamo dimostrato che la chiusura della barriera del plesso sembrerebbe di per sé correlata ad alterazioni del comportamento, determinando un aumento di ansia e un deficit nella memoria episodica”, conclude la prof.ssa Michela Matteoli. Ciò significa che una comunicazione fisiologica e dinamica tra intestino e cervello è fondamentale per una corretta attività cerebrale.
Per comprendere il comportamento della barriera vascolare del plesso coroideo è stata utilizzata la metodica del Single Cell Sequencing, cui ha partecipato anche un gruppo di ricerca dello IEO. “Questo ha permesso di identificare le componenti del sistema vascolare che sono principalmente coinvolte in questa risposta, i capillari e periciti, cellule che regolano la permeabilità dei vasi sanguigni”, racconta la dottoressa Simona Lodato. “Grazie a questa analisi è possibile conoscere il comportamento dinamico di ogni cellula del plesso coroideo al momento della chiusura della barriera”.
Prospettive di cura delle patologie infiammatorie
“Abbiamo descritto il meccanismo che regola l’interazione tra il cervello e il resto dell’organismo in relazione alle infiammazioni intestinali”, spiega la professoressa Maria Rescigno. “Le domande aperte sono ancora molte. Ad esempio, in quali altre malattie si attiva questa chiusura? Anche i pazienti con patologie neurodegenerative hanno un intestino permeabile, da cui quindi passano più molecole verso il flusso sanguigno. Ora sappiamo che questa migrazione è correlata a una chiusura della barriera cerebrale e quindi a depressione e ansia. Come possiamo riaprire ‘il cancello’ del plesso per combattere questi stati alterati? E ancora, come possiamo modulare la barriera per raggiungere il cervello e consentire il passaggio di farmaci?”.
“Siamo già al lavoro per capire quali molecole possano essere coinvolte nelle anomalie comportamentali per modulare la reazione della barriera; quali cellule e componenti utili per la nostra salute restano intrappolate fuori dal cervello quando il plesso si chiude”, specifica la dottoressa Sara Carloni.
“Siamo di fronte a un’ulteriore dimostrazione che un’attività immunitaria non solo eccessiva ma anche insufficiente sia dannosa per la funzione del sistema nervoso. Adesso sarà importante definire i meccanismi attraverso cui questo avviene”, spiega la professoressaMichela Matteoli.
“Stiamo studiando la microglia, ossia le cellule immunitarie presenti nel cervello. Sappiamo che la loro attività può essere influenzata dai segnali provenienti dal sistema immunitario periferico e molti studi, anche del nostro laboratorio, hanno confermato che la microglia influenza in modo importante la funzione della sinapsi. La sinapsi è il sito di contatto tra neuroni ed è la sede di tutti i processi alla base del funzionamento del cervello, inclusi apprendimento e memoria. Rappresenta quindi il bersaglio più promettente da analizzare nei prossimi studi”.
“Nel contesto della neurobiologia dello sviluppo, dobbiamo capire quando e come si crei questa interazione tra cervello e sistema gastrointestinale scoperta a livello del plesso coroideo. La composizione del liquido cerebrospinale (CSF), che è chiaramente influenza dall’attività di questa barriera, è dinamica nello sviluppo e fondamentale nella formazione dei circuiti neuronali. Se pensiamo alla disbiosi, ossia ad alterazioni nel microbiota dei bambini, o all’obesità infantile, ci rendiamo conto che sono situazioni in cui il link tra cervello e intestino potrebbe essere alterato da un forte stato infiammatorio con effetti sulla barriera vascolare del plesso ed importanti conseguenze sul cervello in sviluppo”, conclude la dottoressa Simona Lodato.
A Napoli un servizio psicologico dedicato a chi ha bisogno di sostegno e di accompagnamento al vaccino. A lanciare quella che appare come un’iniziativa da replicare a livello nazionale è l’ASL Napoli 1 Centro, che da così seguito alle disposizioni che la Regione ha previsto per la campagna “Vaccinarsi tutti per tornare alla «Proprio perché consapevoli di quanto la disinformazionectrovi il suo punto d’appoggio nel mondo emotivo e nelle angosce dei cittadini – dice Claudio Zullo, Direttore della Psicologia Clinica della Asl Napoli 1 Centro – abbiamo pensato di offrire il nostro intervento di supporto psicologico, inteso quale spazio di ascolto finalizzato ad attivare processi decisionali consapevoli nel rispetto dell’individualità del singolo». Il servizio di ascolto telefonico risponde ai numeri 081-2549083 (UOC Direzione DS Scampia), 081-2549283 (presso UOC A.T. piazza Nazionale) e 081- 2548410 (UOC AT Soccavo). Chiamando(dal lunedì al venerdì – ore 9,00 / 13,00) gli utenti dell’ASL Napoli 1 Centro che vogliono avere un sostegno psicologico per accedere alla vaccinazione troveranno ascolto diretto, con la possibilità di un vero e proprio accompagnamento psicologico alla vaccinazione.
L’ORDINE DEI MEDICI
Durante i weekend il percorso si potrà concludere con accoglienza e sostegno presso il centro vaccinale Mostra d’Oltremare dove (dalle ore 8.00 alle ore 20.00) saranno presenti gli psicologi dell’ASL Napoli 1 Centro in una postazione dedicata. «Il Servizio – spiega il direttore generale Ciro Verdoliva – nasce per dare la possibilità, a coloro che lo vorranno, di ottenere un sostegno in termini di ascolto e consapevolezza, così da superare condizioni emotive che bloccano o ostacolano processi decisionali importanti per la salute di tutti». Intanto, l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Napoli e provincia e l’ASL Napoli 1 Centro, in collaborazione tra loro, e grazie alla disponibilità offerta da numerosi medici volontari in pensione, hanno organizzato un numero verde a disposizione della cittadinanza, che fornisce riscontro a possibili quesiti di natura strettamente medico-scientifica, sulla base delle direttive fornite dai documenti elaborati dal Ministero della Salute, dall’I.S.S., dall’AIFA e dall’EMA. Il numero verde 800.95.44.27, è attivo dalle ore 09:00 alle ore 14:00 dal lunedì al venerdì. Per ulteriori informazioni è possibile consultare gli avvisi pubblicati periodicamente sul sito e sulle pagine social dell’ASL Napoli 1 Centro.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/10/Vaccinazione-in-campo-gli-psicologi.jpg427640Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-25 09:30:382024-06-09 14:14:53Vaccinazione Covid, un supporto per chi ha paura
Anche Gianfranco Nicoletti (rettore dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli), Giuseppe Paolisso (dipartimento di Scienze Mediche e rettore uscente dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli), Maurizio Di Mauro (Direttore Generale dell’Azienda dei Colli) e Attilio Bianchi (Direttore Generale dell’Istituto Pascale di Napoli) tra coloro che lunedì 25 ottobre riceveranno il Premio Buona Sanità, che quest’anno diventa itinerante. L’assegnazione dei premi si svolgerà infatti in diverse città d’Italia, e darà onore ai professionisti del mondo della Sanità, dell’Imprenditoria nazionale, del Giornalismo. Lunedì 25 ottobre, a bordo della “MSC Seashor”, verranno conferiti i premi “Buona Sanità” al mondo Accademico (premiate le due prestigiose Università della Campania: Luigi Vanvitelli e Federico II). E ancora, professionalità dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, dell’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori “Fondazione Giovanni Pascale”, dell’Arpac, dell’Aiop Campania. Tra gli altri, saranno premiati appartenenti al VII Nucleo Elicotteristi dei Carabinieri di Pontecagnano, esponenti della Pastorale della Salute, l’U.O.C. Gestione Attività Tecniche e di Ingegneria Clinica del Cardarelli e tanti altri. Il Premio “Buona Sanità in Tour” si avvale quest’anno della collaborazione dell’Ospedalità Religiosa e Privata, Enti Pubblici, del supporto della “Pastorale della Salute” ed il patrocinio, tra gli altri, della Regione Campania, del Comune di Napoli, delle Università “Vanvitelli” e “Federico II”, della Chiesa di Napoli, dei Borbone di Napoli, dell’Unione Industriali di Napoli, dell’Ordine dei Medici e degli Ingegneri, dell’Opi, dell’Aiop, della MSC Crociere.
I MEDICI
Nato da un’idea dello scomparso Costantino Mazzeo, Direttore Generale dell’Asl Napoli 1 e della dottoressa Maria Rosaria Rondinella, già dirigente dell’ospedale “Cardarelli” di Napoli, il premio vuole tra l’altro dare «luce e visibilità – come spiega il presidente di Buona Sanità, Maria Rosaria Rondinella – ai professionisti della salute che, con la loro testimonianza di vita, possono essere esempio a quanti si avvicinano al mondo dell’umana sofferenza impegnandosi alla salvaguardia della salute e sicurezza dei cittadini e di tutti gli operatori sanitari». La presentazione di questa nuova edizione del premio è stata ospitata presso l’auditorium dell’Ordine dei Medici di Napoli e proprio il presidente Bruno Zuccarelli ha salutato con orgoglio questa cerimonia. «Purtroppo la buona sanità è qualcosa che non fa notizia – ha detto -. Se c’è un aspetto che il Covid ha messo in luce è il coraggio e l’abnegazione dei medici, che in un primo momento hanno combattuto la pandemia a mani nude. Medici che hanno rispettato il Giuramento di Ippocrate anche a costo della propria vita e senza arretrare di un metro. A questi medici, a tutti i medici, va il nostro ringraziamento e credo che questo premio sia fondamentale anche in quest’ottica».
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/10/Premio-Buona-Sanita.jpeg7681024Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-22 17:26:172024-06-09 14:14:55Napoli, un premio alla buona sanità
Dati allarmanti quelli che riguardano l’eccesso di peso dei bambini e ragazzi in età scolare in Italia. Numeri che hanno subito un aggravamento per via dell’emergenza covid che ha costretto molti ragazzi a rinunciare per lunghi periodi alle attività sportive e in generale a una vita in movimento. “Il sovrappeso in età scolare ha raggiunto in Italia dimensioni epidemiche: una recente indagine su 50 mila bambini ha riscontrato un eccesso ponderale nel 30% degli scolari: un 20% risultano in sovrappeso e ben il 10% sono francamente obesi. Tali squilibri si riflettono pesantemente in età adulta, con un 32% di italiani in sovrappeso ed il 10% di obesi, provocando l’incremento di gravi patologie, come il diabete e le malattie cardiovascolari e respiratorie. I quasi due anni di pandemia hanno aggravato ancor di più questi numeri, allontanando i giovani e gli adulti dall’attività fisica e generando effetti ansiogeni con conseguente maggior assunzione di carboidrati e di grassi. È necessario oggi invertire rapidamente la tendenza. CREA e Sport e Salute – che siglano oggi un programma di ricerca e di comunicazione comune – vogliono dare un grande contributo ed un importante segnale: riprendere congiuntamente stili di vita corretti, con una sana e varia alimentazione ed un regolare esercizio fisico, potrà certamente dare un contributo essenziale non solo per il controllo del peso, ma anche per la salute e per il benessere psicofisico di ragazzi, giovani ed adulti. E proprio da questa convinzione – ha affermato il presidente del CREA Carlo Gaudio – è nata l’iniziativa del protocollo d’intesa siglato con l’AD di Sport e Salute, Vito Cozzoli, alla presenza del Ministro per le Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Stefano Patuanelli, nella sede centrale del CREA. Intendiamo unire le forze – ha aggiunto il prof. Gaudio – per promuovere stili di vita più sani, sin dalla scuola dell’obbligo, mediante campagne educative, formazione e ricerca”.
“Per corretti stili di vita, una delle missioni scritte nel DNA di Sport e Salute, intendiamo sicuramente un Paese con più sport e più praticanti anche per prevenire problemi di salute nei più grandi e il tema del sovrappeso tra i più giovani – ha detto il presidente di Sport e Salute Vito Cozzoli -. Con questo accordo vogliamo unire il grande lavoro dell’Istituto di medicina dello sport a favore della prevenzione e la nostra campagna “Una goccia di sport” rivolta ad avere maggiore cura del corpo, alla competenza del Crea per lo stile alimentare, la nutrizione, l’educazione al cibo sano. Insomma, più benessere attraverso più sport”.
Il protocollo siglato oggi il CREA ( il più importante ente italiano di ricerca sull’agroalimentare) e Sport e Salute S.p.A. (la Società dello Stato che promuove lo sport e i corretti stili di vita sul territorio) intende: sensibilizzare ed informare con campagne mirate l’opinione pubblica; educare le giovani generazioni attraverso specifiche iniziative nelle scuole e una adeguata formazione di docenti e operatori e favorire la ricerca e l’innovazione, in un’ottica di tutela della salute, nei settori di interesse reciproco, quali appunto sport e alimentazione.
“Si uniscono alimenti e sport, due elementi essenziali per una vita sana, in particolare per i giovani. Questo accade il giorno dopo l’approvazione del documento programmatico di bilancio, dove reintroduciamo l’educazione motoria in quarta e quinta Primaria”, così il ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Stefano Patuanelli, presente alla firma dell’accordo.
La gestione dell’emorragia grave nel paziente critico è una delle problematiche che medici e operatori sanitari affrontano, in particolare nel contesto intraospedaliero. Due ordini di problemi devono essere affrontati. Il primo riguarda la diagnostica e in particolare la rapida definizione delle cause dell’emorragia specialmente se queste siano correlabili ad alterazioni della coagulazione su base acquisita. La rapida correzione dei difetti emostatici in corso di emorragia grave contribuisce in maniera determinante al buon outcome del paziente. Il secondo riguarda la scelta terapeutica in corso di emorragia grave, soprattutto quanto gli interventi da effettuare siano mirati al recupero della capacità emostatica del paziente valutata con i test di laboratorio ed i sistemi point-of-care (POC). In questo caso non solo sangue e plasma fresco congelato, ma anche emoderivati come concentrati protrombinici e di fibrinogeno contribuiscono al contenimento dell’emorragia e alla prevenzione delle complicanze correlate alle tradizionali trasfusioni, spiega il Prof. Antonino Giarratano (MD. Dipartimento di Emergenza Urgenza AUOP “Giaccone”, UOC. Anestesia e Rianimazione e Terapia del Dolore, A.O.U. Policlinico “P.Giaccone“ Palermo. Università degli Studi di Palermo).“Il progetto ‘MORE’ nasce da una esigenza specifica di avvicinare il personale medico e sanitario operante negli ospedali italiani alla cultura della gestione della emorragia grave con approccio terapeutico-diagnostico mirato alla appropriatezza della somministrazione di plasma componenti, emoderivati e farmaci nel contesto del paziente critico in ambito ospedaliero”, come spiega il Prof. Paolo Simioni, Professore Ordinario di Medicina Interna, UOC di Medicina Generale ad indirizzo Trombotico-Emorragico, Azienda Ospedale-Università di Padova che aggiunge: “le aree di maggior attenzione ed interesse riguardano la Cardiochirurgia, la Traumatologia, i Trapianti di Fegato e la Chirurgia Maggiore Addominale, l’ambito Ostetrico-Ginecologico in relazione alle emorragie post-partum, l’ambito Anestesiologico-Rianimatorio con particolare riferimento alla Sepsi e alla Coagulopatia Intravascolare Disseminata (CID) con le sue complicanze emorragiche e trombotiche”.
Traumi come causa primaria di coagulopatie.
Le coagulopatie che insorgono a seguito di un trauma sono conseguenza del danno tissutale/endoteliale, dell’ipotermia ma anche attribuibili alla somministrazione di fluidi. Immediatamente dopo un trauma si attiva una cascata di mediatori che possono causare una ‘sindrome da risposta infiammatoria generalizzata’ e portare, se non controllata tempestivamente, all’insufficienza d’organo multipla. Alcuni traumi in particolare sono noti per interferire con la coagulazione. “Numerosi studi hanno accertato che quasi ¼ dei pazienti traumatizzati arriva al pronto soccorso con una coagulopatia in corso (e quindi indipendente dalle procedure di stabilizzazione con fluidi). L’aspetto rilevante è che all’aumentare della gravità del trauma, aumenta l’incidenza di coagulopatia (quasi ⅔ dei pazienti con un valore ISS 45 presenta uno squilibrio dei meccanismi emostatici che peggiore l’outcome” spiega la Dr.ssa Maria Grazia Bocci (MD.Scienze dell’emergenza, anestesiologiche e della rianimazione, UOC Anestesia, Rianimazione, Terapia Intensiva e Tossicologia Clinica, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Roma)
Il caso dell’emorragia Post Partum
L’emorragia post-partum (EPP) può verificarsi con una frequenza tra il 5% e il 22% di tutti i parti (Rogers 2006). Definita dall’OMS come una perdita ematica uguale o superiore a 500 ml nelle 24 ore successive al parto (grave se supera 1000 ml), l’emorragia post-partum è una delle cause più frequenti di mortalità materna: vi si attribuisce ¼ dei decessi. Ma non basta: la EPP pesa per il 73% di tutte le morbidità (complicanze) gravi in corso di gravidanza ed è la più comune causa ostetrica di accesso in terapia intensiva.
Incidenza aumentata negli ultimi dieci anni
Purtroppo nell’ultimo decennio l’incidenza di EPP è aumentata in molti paesi industrializzati: negli Stati Uniti si stima un incremento del 27,5% dal 1994 al 2005. Nonostante le principali cause siano svariate, molti casi si verificano in donne senza fattori di rischio. “Nell’individuazione delle cause particolare attenzione deve essere prestata alle alterazioni dell’equilibrio emostatico: ad eccezione del fattore X della coagulazione infatti, tutti gli altri fattori ed il fibrinogeno aumentano durante la gestazione”. “Le cause principali sono nel 90% dei casi l’atonia uterina, nel 5% lacerazioni della cervice o dell’utero, nel 4% la ritenzione di materiale placentare sino a rottura dell’utero e problemi della coagulazione. L’anemia non è solo un fattore di rischio ma può avere esiti peggiori. Infine, in caso di patologie congenite della coagulazione (come l’emofilia) è necessaria un’attenta profilassi e terapia” racconta la Dr.ssa Maria Grazia Frigo (MD.Unità operativa semplice di Anestesia e Terapia Intensiva in Ostetricia, Ospedale Fatebenefratelli, Isola Tiberina, Roma)
Il progetto MORE, realizzato con il contributo non condizionante di CSL Behring, prevede la “formazione a cascata” con una Faculty di esperti della materia che formano medici che diventano a loro volta relatori in incontri formativi programmati su tutto il territorio italiano, rivolti ai medici specialisti che abbiano a che fare con la gestione delle emorragie gravi nei rispettivi Ospedali.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/10/piastrine.1020x680.jpg6801020Sofia Gorgonihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngSofia Gorgoni2021-10-22 09:30:132024-06-09 14:14:58Emorragia grave: nasce More per supportare i medici nella gestione
Per la prima volta al mondo un’equipe medica ha impiantato un sistema che consente la “resincronizzazione cardiaca”. Lo straordinario intervento è stato realizzato al Policlinico Federico II di Napoli, e in particolare nel laboratorio di elettrofisiologia e cardiostimolazione dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia, Emodinamica, UTIC diretta dal professor Giovanni Esposito.
LA PROCEDURA
Detto con parole semplici, questa procedura è molto efficace per migliorare prognosi e sintomi dei pazientiche soffrono di scompenso cardiaco e dissincronia di contrazione tra il ventricolo destro e sinistro. Si interviene sul cuore grazie ad elettrocateteri che di fatto “erogano la terapia”. Questi piccolissimi elettrodi vengono posizionati sull’atrio destro, il ventricolo destro e il ventricolo sinistro, così da ottenere una contrazione sincronizzata delle camere cardiache con un miglioramento della funzione di pompa. Il successo della terapia dipende quasi esclusivamente dal raggiungimento di aree adeguate da stimolare del ventricolo sinistro. Sfortunatamente, il 30-40% dei pazienti non risponde alla terapia di resincronizzazione perché è difficile posizionare un elettrocatetere in un ramo del seno coronarico adatto a stimolare un’area adeguata del ventricolo sinistro.
NUOVI DEVICE
L’intervento è stato eseguito dal professor Antonio Rapacciuolo, che spiega: «Recentemente, è stato sviluppato dalla Microport un elettrocatetere di dimensioni ridottissime, il cui diametro è 4 volte inferiore ai cateteri classici. Per effettuare questo impianto è necessaria una tecnica molto diversa da quella convenzionale, con navigazione dei rami del seno coronarico anche di calibro piccolo e tortuosità elevate. Avere a disposizione un elettrocatetere in grado di raggiungere qualunque zona del ventricolo sinistro ci dà la possibilità di stimolare in maniera più efficace una percentuale più elevata di pazienti. Ogni paziente, infatti, ha una diversa anatomia e fino ad ora i classici cateteri non ci consentivano di praticare una terapia individualizzata». Nell’equipe, i medici Aniello Viggiano e Teresa Strisciuglio, insieme agli infermieri Francesca Del Prete, Loredana De Cicco, Salvatore Cerino e ai tecnici Stefano De Maio e Rosa Rusciano. «Fornire al paziente la migliore terapia possibile per la sua condizione e lavorare ad una medicina di precisione, che coniughi elevate competenze specialistiche all’avanguardia delle tecnologie – sottolinea Anna Iervolino, Direttore Generale del Policlinico Federico II – è la direzione della nostra cardiologia, elemento cardine dell’assistenza della nostra azienda ospedaliera universitaria e del suo ruolo nel servizio sanitario regionale». cuore
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2016/12/image-22.jpeg179400Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-22 09:24:092024-06-09 14:15:00Cuore, effettuata la prima resincronizzazione cardiaca
Lavorare in turni, con una rotazione antioraria, pomeriggio-mattino-notte ha un effetto deleterio sulle performance dei dipendenti. A dirlo è una ricerca che coinvolto 144 infermieri provenienti da 5 ospedali del Centro e Sud Italia, seguiti da luglio 2017 a febbraio 2020. In particolare i ricercatori hanno puntato a verificare se il personale infermieristico che lavora in turni con rotazione antioraria che, come detto, si svolgepomeriggio-mattino-notte, subisca conseguenze peggiori rispetto a chi turni con un regime orario (mattino-pomeriggio-notte). Questo perché è già stato notato che nel primo caso ci sono delle ripercussioni negative, ma non ancora con una ricerca esaustiva. I parametripresi in considerazione sono la sonnolenza e l’affaticamento percepito alla fine di un turno, misurando parallelamente la performance psicomotoria degli operatori sanitari. «Abbiamo ipotizzato – spiega Luigi De Gennaro del Dipartimento di Psicologia della Sapienza, coordinatore del lavoro – che la rotazione antioraria dei turni (BRS, backward-rotating shift) fosse associata a stanchezza e sonnolenza maggiori e, soprattutto, a ridotte misure comportamentali di attenzione costante».
SONNO E AFFATICAMENTO
Lo studio ha dimostrato un cospicuo peggioramento in tutte le dimensioni misurate, nel personale infermieristico che lavora in regime di turno antiorario. In conclusione, tutti i turnisti hanno un peggioramento di sonnolenza, fatica percepita e vigilanza psicomotoria associata al turno notturno, ma quelli inquadrati in un regime antiorario vanno incontro a un’amplificazione di queste conseguenze negative. Le implicazioni di tale studio possono aprire delle prospettive potenzialmente innovative per l’organizzazione lavorativa in ambito ospedaliero, nella direzione di spingere le aziende ospedaliere a riconvertire il regime di turnazione, quando antiorario. Non si tratta del primo lavoro di questo gruppo di ricerca che, sotto la guida di Luigi De Gennaro della Sapienza, da anni studiale conseguenze del lavoro a turni nel personale infermieristico italiano. In un primo studio era stato dimostrato che il turno notturno si associa sia all’aumento di sonnolenza e fatica, che a consistenti riduzioni della performance in compiti di vigilanza psicomotoria. In un successivo studio si dimostrava che negli infermieri una cattiva qualità del sonno, alla quale sono esposti tutti i lavoratori a turni, finisce per peggiorare ulteriormente le performance psicomotorie notturne.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/10/Turni-medico-stanco.jpg426640Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-21 17:04:032024-06-09 14:15:02Lavorare in turni può peggiorare le performance
Le scelte alimentari sono influenzate dalle conoscenze nutrizionali in possesso. In altre parole, pregiudizi e convinzioni personali comportano abitudini alimentari non sane. Lo evidenzia lo studio publicato sulla rivista internazionale Frontiers in Nutrition. La consapevolezza nutrizionale degli individui e la conoscenza e la percezione soggettive dell’importanza di una dieta equilibrata sono fattori determinanti che influenzano le scelte alimentari, il comportamento dei consumatori e l’apporto nutrizionale molto più della conoscenza oggettiva, consolidata e acquisita da fonti qualificate senza interpretazione personale. Lo studio dal titolo Relationship Between Nutrition Knowledge and Dietary Intake: An Assessment Among a Sample of Italian Adults (Relazione tra conoscenza nutrizionale e apporto dietetico: una valutazione tra un campione di adulti italiani) è stato realizzato dal CREA, con il suo centro di Alimenti e Nutrizione.
Alimentazione: il peso di pregiudizi e convinzioni. Lo studio
Dopo aver somministrato un questionario ad un campione di 591 genitori di alunni della scuola primaria, reclutati nel comune di Roma (contesto urbano) e provincia (contesto rurale) ed aver costruito, sulla base dei loro consumi alimentari, un indice di aderenza alle raccomandazioni nutrizionali, sono state valutate le loro conoscenze nutrizionali oggettive, in relazione al loro grado percepito di conoscenza nutrizionale. È stato effettuato, inoltre, un confronto con le abitudini alimentari e l’aderenza alle raccomandazioni indicate nelle line guida per una sana alimentazione. Lo scopo di questo studio, infatti, è stato di misurare il livello di conoscenze nutrizionali, utilizzando un approccio innovativo in grado di combinare quelle oggettive e soggettive con i profili dietetici e di profilare anche i segmenti della popolazione più bisognosi di interventi. L’ipotesi avvalorata è che tali conoscenze abbiano un impatto sull’aderenza alle raccomandazioni nutrizionali.
I risultati. Meno della metà dei soggetti studiati (46%) ha fornito risposte corrette, dimostrando di conoscere le tematiche di nutrizione. Il questionario è stato articolato in tre ambiti conoscitivi: le raccomandazioni degli esperti, la composizione degli alimenti e la relazione tra alimentazione e patologie, con il primo che ha ottenuto la percentuale più alta (59%) di risposte corrette.
La maggioranza degli intervistati (66%) ritiene di avere un elevato livello di conoscenza nutrizionale, che, però, solo nel 37% dei casi corrisponde effettivamente al vero.
Il 40% del campione ha mostrato abitudini alimentari congruenti con il grado informativo dimostrato, con la massima aderenza alle raccomandazioni nutrizionali, almeno per alimenti selezionati come frutta, verdura e grassi. Da evidenziare, infine, come la componente socioeconomica – ad esempio vivere in aree rurali, essere giovani e avere un basso livello di istruzione scolastica – sia risultata un fattore associato a una bassa alfabetizzazione nutrizionale o / e ad abitudini alimentari malsane.
«La conoscenza nutrizionale – dichiara Laura Rossi, nutrizionista e ricercatrice del CREA, coordinatrice dello studio – rappresenta uno strumento fondamentale per valutare il livello di consapevolezza sui temi della nutrizione, soprattutto per i gruppi vulnerabili di popolazione, avvalorando l’ipotesi dell’esistenza di una relazione tra apporto dietetico e conoscenza nutrizionale. Quest’ultima, quindi, può essere funzionale sia alla scelta di un’alimentazione sana e sia alla valutazione dell’aderenza alle linee guida alimentari».
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/02/Alimentazione-Funghi-e-peperoni-gialli.jpg426640Sofia Gorgonihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngSofia Gorgoni2021-10-21 13:08:252024-06-09 14:15:03Alimentazione: pregiudizi e convinzioni personali dettano scelte e abitudini
Gli screening tumorali saltati a causa del Covid sono molti, anzi moltissimi. L’allarme di centinaia di medici durante la fase acuta dell’ondata pandemia è ora descritto nero su bianco in un report dell’ONS (Osservatorio nazionale screening) diretto dalla dottoressa Paola Mantellini. Numeri impietosi, che purtroppo si tradurranno in mancate diagnosi e alla fine in decessi. La riduzione, in stretta sintesi, è di 2 milioni e mezzo di controlli. In particolare il decremento degli inviti è stato pari al 33% per lo screening cervicale, al 31,8% per quello colorettale e al 26,6% per quello mammografico. La riduzione degli esami è stata pari al 45,5% per lo screening colorettale (-1.110.414 test), al 43,4% per quello cervicale (-669.742), al 37,6% per le mammografie (-751.879). Quindi, complessivamente, sono saltati 2 milioni e mezzo di controlli. A pesare sui mancati screening è stata la paura di un contagio, stando all’analisi dell’ONS i mesi di ritardo sono stati pari a 5,5 per lo screening colorettale, a 5,2 per quello cervicale e a 4,5 per le mammografie. Sono state stimate anche le diagnosi mancate: oltre 3.300 per il tumore del seno, circa 1.300 per il colon-retto (e 7.474 adenomi avanzati in meno) e 2.782 lesioni precancerose della cervice uterina.
CHIRURGIA
A guardar bene non è andata meglio in ambito chirurgico. Anna Sapino, presidente della Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica evidenzia l’impatto del virus sugli interventi chirurgici dei tumori della mammella e del colon-retto: «Per il tumore della mammella, il numero di casi operati nel 2020 è risultato inferiore del 12% (-805 casi) rispetto al 2019, e questa riduzione si è osservata per le neoplasie di tutte le dimensioni, in particolare per quelle più piccole. Vi è stato un aumento significativo dei tumori del seno pT2 (compresi tra 2 e 5 cm), a fronte della diminuzione di quelli più piccoli (pT1, tra 1 e 5 mm). Anche per il colon-retto – prosegue Sapino – si è registrata una riduzione dei casi operati nel 2020, inferiore del 13% (-464 casi) rispetto al 2019, con un calo particolarmente marcato per i tumori in situ, mentre si è registrato un aumento significativo delle neoplasie con perforazione del peritoneo». Salta all’occhio, anche a chi non è un clinico, che il vero “long Covid” sarà proprio questo: un forte aumento dei decessi a causa di neoplasie non diagnosticate, o diagnosticate in ritardo. Ecco perché la migliore reazione che da cittadini si può mettere in campo ora è un’attenzione in più alla prevenzione. Per recuperare il tempo perso ed evitare che il Covid continui a mietere vittimo.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/10/Screening-medico-1-1.jpg279640Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-21 09:49:552024-06-09 14:15:05Screening, 2milioni e mezzo di controlli saltati per il Covid
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