La spina bifida aperta è una delle più gravi malformazioni congenite del tubo neurale: durante lo sviluppo fetale la colonna vertebrale non si chiude correttamente e parte delle strutture nervose può rimanere esposta o non protetta come dovrebbe. Le conseguenze, spesso, accompagnano il bambino per tutta la vita. Non si tratta soltanto di un difetto “anatomico” da correggere: il punto centrale è il possibile danno neurologico, che può tradursi in limitazioni motorie e sensoriali, difficoltà nel controllo di vescica e intestino e una costellazione di complicanze che richiedono cure continue e percorsi di riabilitazione lunghi e complessi.
Nel tempo, la medicina ha imparato a riconoscere quanto conti la tempestività: intervenire presto può fare la differenza perché la lesione, rimanendo a contatto con l’ambiente intrauterino e subendo sollecitazioni meccaniche, può andare incontro a un progressivo peggioramento. È anche per questo che la chirurgia fetale, in casi selezionati, è diventata un’opzione concreta: non per “guarire” magicamente la malformazione, ma per ridurre l’impatto del danno e migliorare alcune prospettive funzionali dopo la nascita.
Il progetto 3D.Fetoprint e la promessa di una terapia che aiuti i tessuti a rigenerare
In questo scenario si inserisce 3D.Fetoprint, progetto di ricerca italiano guidato dal professor Alessandro Pellegata del Politecnico di Milano. L’iniziativa ha ottenuto un Consolidator Grant dell’European Research Council (ERC), con un finanziamento di 2 milioni di euro, per sviluppare un’idea ambiziosa: un gel contenente cellule staminali da impiegare durante la chirurgia fetale per la spina bifida aperta.
L’obiettivo dichiarato è spostare l’asticella oltre la riparazione “meccanica” del difetto. Oggi, infatti, l’intervento punta soprattutto a chiudere la lesione: un gesto cruciale, ma che non sempre consente di recuperare funzioni già compromesse o di prevenire completamente i danni che possono essere iniziati in utero. 3D.Fetoprint immagina invece un supporto biologico avanzato che, una volta applicato sul punto della lesione, favorisca la rigenerazione e una formazione più corretta dei tessuti. In altre parole: non soltanto coprire, ma anche “aiutare a ricostruire”.
Biostampa 3D “in tempo reale”: come funzionerebbe l’idea
Il cuore tecnologico del progetto è la biostampa 3D: il gel non sarebbe preparato come un semplice “patch” standard, ma concepito per essere biostampato in tempo reale durante l’intervento. In pratica, l’ambizione è portare in sala operatoria una piattaforma capace di depositare con precisione il biomateriale direttamente sul sito della lesione fetale, mentre l’équipe esegue una procedura in endoscopia (fetoscopia) con strumenti progettati ad hoc.
Qui si intrecciano tre mondi che raramente dialogano così da vicino: ingegneria biomedica, ingegneria dei tessuti e chirurgia fetale. La sfida non è soltanto “fare arrivare” il materiale nel punto giusto, ma farlo in modo controllato e delicato, in un contesto in cui millimetri e tempi contano. La biostampa, inoltre, permette di pensare a una geometria su misura: uno strato o una microstruttura che aderisca bene, resti stabile e offra alle cellule un ambiente favorevole per svolgere il proprio ruolo.
Perché le terapie attuali non bastano sempre
Le cure attuali hanno migliorato la prognosi rispetto al passato, ma restano limiti evidenti. La chiusura del difetto, anche quando avviene con tecniche avanzate, non equivale automaticamente a ripristinare tessuti nervosi danneggiati. Il sistema nervoso ha capacità di riparazione ridotte e, se la lesione ha già innescato un danno, la chirurgia può non riuscire a “invertire” ciò che è avvenuto. Ecco perché l’idea di associare un supporto rigenerativo è così interessante: prova a intervenire sul “come” guarisce il tessuto, non soltanto sul “cosa” si chiude.
Va anche considerato il bilanciamento tra benefici e rischi: la chirurgia prenatale può comportare complicanze ostetriche, inclusa la possibilità di parto prematuro e altri rischi materni. Un approccio fetoscopico e strumenti più mirati potrebbero, in prospettiva, cercare di massimizzare i vantaggi clinici riducendo l’invasività. 3D.Fetoprint dichiara esplicitamente questa attenzione: l’idea è generare un beneficio potenziale non solo per il neonato, ma anche per la madre.
Una tendenza internazionale: cellule staminali durante l’intervento in utero
L’orizzonte in cui si muove 3D.Fetoprint non è isolato. Negli ultimi anni, a livello internazionale, si è iniziato a testare in modo sempre più rigoroso l’integrazione tra chirurgia fetale e terapie cellulari. L’ipotesi è che alcune cellule staminali, opportunamente selezionate, possano modulare l’infiammazione locale, promuovere la formazione di tessuto di supporto e migliorare l’esito funzionale, soprattutto sul fronte della mobilità e di alcuni aspetti legati alla qualità di vita.
Questo non significa che la strada sia già tracciata per l’uso clinico di routine. Significa però che la direzione è concreta: affiancare alla chiusura della lesione una componente biologica che “parli” con i tessuti e ne orienti la riparazione. In questo contesto, un biomateriale multifunzionale come un idrogel può diventare più di un riempitivo: un microambiente che protegge, sostiene e guida.
Le incognite: sicurezza, efficacia e applicabilità su larga scala
Il condizionale resta d’obbligo, e non per prudenza formale. Inserire cellule in un contesto fetale richiede evidenze solide su sicurezza e controllo del comportamento cellulare nel tempo. Servono protocolli standardizzati, una logistica impeccabile e criteri di selezione clinica chiari. Serve anche dimostrare che l’eventuale miglioramento funzionale sia reale, misurabile e superiore a quanto già ottenibile con le migliori tecniche chirurgiche disponibili.
C’è poi un tema di trasferimento tecnologico: biostampare “in tempo reale” in un ambiente chirurgico non è soltanto un traguardo ingegneristico, ma un cambiamento organizzativo. Occorre integrare apparecchiature, materiali sterili, flussi di lavoro e formazione degli operatori. La promessa è grande, ma lo è anche la complessità.
Una scommessa che potrebbe cambiare la medicina prenatale
3D.Fetoprint si colloca in un punto di incontro raro: la medicina fetale, che lavora con tempi e spazi delicatissimi, e la bioingegneria avanzata, che oggi dispone di strumenti in grado di progettare materiali “vivi” o bioattivi. Se i risultati dei prossimi anni confermeranno sicurezza ed efficacia, l’idea di un intervento prenatale per la spina bifida potrebbe evolvere: dalla sola correzione anatomica verso un vero intervento rigenerativo, con l’ambizione di ridurre disabilità e complicanze prima ancora della nascita.
In sintesi, la ricerca italiana prova ad aprire una nuova pagina: non limitarsi a chiudere una ferita, ma offrire ai tessuti una possibilità in più per ricostruirsi nel momento in cui lo sviluppo è ancora in corso. Una prospettiva che, pur richiedendo conferme rigorose, racconta bene la direzione verso cui si sta muovendo la medicina del futuro.
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