Il modo in cui l’organismo gestisce le calorie non dipende soltanto da quanto si mangia o dall’attività fisica. Una parte importante della risposta sembra essere scritta nel patrimonio genetico. A confermarlo è una vasta analisi genomica condotta su oltre un milione di individui di America, Europa e Asia, che ha portato l’attenzione su un gene chiamato FNIP1, coinvolto nei meccanismi che regolano il consumo e l’accumulo dell’energia.
I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista scientifica Nature, suggeriscono che alcune rarissime varianti di questo gene possano favorire un metabolismo particolarmente efficiente, associato a meno grasso corporeo e a una maggiore massa muscolare.
Una rara mutazione che cambia il metabolismo
Secondo i ricercatori, circa una persona su 7.000 sarebbe portatrice di una copia difettosa di FNIP1. Gli individui con queste varianti genetiche mostrano caratteristiche metaboliche significativamente diverse rispetto alla popolazione generale.
Chi possiede una variante capace di ridurre la funzione del gene, spiega Luca Lotta, co-autore senior della ricerca, «consuma energia in misura maggiore rispetto a coloro che non presentano tali mutazioni, e questo protegge da obesità, diabete, malattie cardiache e renali».
L’effetto osservato è stato paragonato, per alcuni aspetti, a quello ottenuto attraverso i farmaci agonisti del recettore GLP-1, oggi utilizzati nel trattamento del diabete di tipo 2 e dell’obesità. Il meccanismo biologico, tuttavia, è differente e potrebbe aprire una nuova strada nello sviluppo di terapie metaboliche.
FNIP1 funziona come un freno al consumo di energia
Lo studio è stato condotto dal Regeneron Genetics Center di Tarrytown, nello Stato di New York, utilizzando moderne tecniche di sequenziamento del DNA per individuare varianti genetiche associate alle malattie metaboliche.
FNIP1 produce una proteina capace di interagire con la folliculina, una molecola coinvolta nella regolazione di importanti processi cellulari. Insieme, queste proteine partecipano a un sistema che limita il consumo di energia da parte delle cellule.
È una sorta di freno metabolico che potrebbe avere rappresentato un vantaggio nel corso dell’evoluzione umana. Quando il cibo era difficile da reperire, infatti, conservare energia sotto forma di grasso aumentava le possibilità di sopravvivere ai periodi di carestia.
Quando una copia di FNIP1 perde la propria funzione, invece, questo freno si allenta. L’organismo aumenta il dispendio energetico e tende maggiormente a utilizzare i grassi come fonte di energia anziché conservarli nei tessuti.
Meno grasso nel fegato e più massa muscolare
Tra i partecipanti alla ricerca, circa 150 persone presentavano una variante genetica con perdita di funzione di FNIP1. L’analisi del loro profilo metabolico ha mostrato risultati particolarmente interessanti.
I ricercatori hanno riscontrato livelli più bassi di grassi nel sangue, una minore quantità di grasso accumulato nel fegato, valori di glicemia inferiori e una distribuzione più favorevole del tessuto adiposo. Allo stesso tempo, queste persone tendevano ad avere una massa muscolare maggiore.
L’insieme di questi fattori si traduceva in una probabilità inferiore di circa il 60% di sviluppare malattie cardiometaboliche, comprese obesità e diabete.
Come osservano gli autori, il significato di questa caratteristica genetica cambia radicalmente a seconda dell’ambiente in cui si vive. «Oggi viviamo in un ambiente molto ricco di calorie. Queste mutazioni rare, che potrebbero essere state sfavorevoli per molti millenni, ora sono favorevoli all’organismo».
Un possibile nuovo bersaglio contro le malattie metaboliche
Per verificare che l’associazione genetica avesse una spiegazione biologica, gli scienziati hanno condotto anche esperimenti su cellule umane e modelli animali.
Riducendo l’attività della via biologica collegata a FNIP1, nelle cellule sono aumentati i processi coinvolti nella degradazione dei grassi. Negli esperimenti sui topi alimentati con una dieta ricca di grassi, intervenire sullo stesso sistema ha inoltre contribuito a limitare l’aumento di peso, ridurre il grasso nel fegato e migliorare la sensibilità all’insulina.
I risultati non significano ancora che esista un farmaco capace di riprodurre gli effetti delle varianti genetiche osservate nell’uomo. Indicano però una possibile direzione: FNIP1 e le proteine con cui interagisce potrebbero diventare nuovi bersagli farmacologici contro obesità, diabete e altre malattie del metabolismo.
La scoperta mostra così quanto lo studio delle persone naturalmente protette da determinate patologie possa aiutare a individuare meccanismi biologici finora poco conosciuti e, in prospettiva, trasformarli in nuove strategie terapeutiche.
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