Il caso emerso all’ospedale San Paolo di Napoli riporta al centro dell’attenzione un tema particolarmente delicato: la sicurezza nei percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita. Una coppia, che aveva intrapreso un percorso di fecondazione assistita per avere un secondo figlio utilizzando uno dei propri embrioni crioconservati, ha scoperto dopo la nascita della bambina che la piccola non era geneticamente loro figlia. I dubbi sarebbero sorti in seguito alla verifica del gruppo sanguigno e sarebbero stati successivamente confermati attraverso un test del DNA. La bambina è nata il 3 giugno 2025 e la coppia ha presentato un esposto alla Procura di Napoli nel luglio dello stesso anno.
L’ASL Napoli 1 Centro ha precisato che, sulla base degli accertamenti effettuati, non si sarebbe verificato uno “scambio” reciproco tra due coppie: alla donna sarebbe stato trasferito l’embrione appartenente ad altri pazienti, mentre i cinque embrioni della coppia sarebbero rimasti conservati e non sarebbero stati utilizzati per altre persone. L’azienda sanitaria ha inoltre comunicato di aver sospeso le attività del centro, avviato un audit clinico, attivato verifiche interne e segnalato l’evento agli organismi competenti e alla magistratura. Le indagini dovranno stabilire definitivamente dinamica e responsabilità dell’accaduto.
Che cos’è la Procreazione Medicalmente Assistita
La PMA comprende un insieme di tecniche mediche e di laboratorio utilizzate per favorire una gravidanza quando il concepimento spontaneo incontra difficoltà. In Italia è regolata dalla legge 40 del 2004 e viene effettuata in centri autorizzati e iscritti nel Registro nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto Superiore di Sanità.
Le procedure possono avere diversi livelli di complessità. Tra le tecniche di primo livello rientra, per esempio, l’inseminazione intrauterina. Nella fecondazione in vitro, invece, ovociti e spermatozoi vengono gestiti in laboratorio per ottenere uno o più embrioni che possono successivamente essere trasferiti nell’utero oppure crioconservati per un utilizzo futuro.
La FIVET prevede la fecondazione dell’ovocita in laboratorio, mentre nella ICSI un singolo spermatozoo viene introdotto direttamente nell’ovocita. La PMA può inoltre essere omologa, quando vengono utilizzati i gameti della coppia, oppure eterologa, quando uno o entrambi i gameti provengono da donatori.
Dall’ovocita all’embrione: una lunga catena di identificazione
Un laboratorio di PMA gestisce contemporaneamente materiale biologico estremamente delicato. Per questo la corretta identificazione accompagna ovociti, spermatozoi ed embrioni durante l’intero percorso.
Le raccomandazioni europee di buona pratica stabiliscono che ogni laboratorio debba disporre di un sistema capace di identificare in maniera univoca il paziente e di garantire la tracciabilità delle cellule riproduttive in ogni passaggio. I dispositivi contenenti materiale biologico devono essere identificati chiaramente e collegati a un codice univoco del paziente.
La sicurezza, quindi, non dipende da un solo controllo finale, ma da una vera e propria catena di verifiche.
Il “double witnessing”: due controlli nei momenti più delicati
Uno degli strumenti utilizzati per ridurre il rischio di errore è il cosiddetto witnessing, cioè la verifica da parte di un secondo operatore o attraverso sistemi elettronici.
Le raccomandazioni ESHRE aggiornate nel 2026 considerano il witnessing manuale o elettronico una buona pratica per limitare gli errori nella gestione dei campioni. I controlli devono interessare i passaggi considerati critici, dalla raccolta dei gameti alla fecondazione, dal trasferimento del materiale tra diversi contenitori fino alla crioconservazione e al trasferimento dell’embrione.
Prima dell’embryo transfer, in particolare, l’identità della paziente deve essere verificata e confrontata con la documentazione di laboratorio e con l’identificazione dell’embrione destinato al trasferimento. La letteratura scientifica raccomanda che anche il numero e l’identità degli embrioni preparati vengano sottoposti a doppio controllo.
Barcode e sistemi elettronici per ridurre l’errore umano
Accanto alle verifiche effettuate dagli operatori sono sempre più diffusi sistemi elettronici di tracciabilità. Barcode, codici identificativi e tecnologie di electronic witnessing permettono di associare paziente, provette, piastre e materiale biologico, segnalando eventuali incongruenze prima che la procedura prosegua.
Un ulteriore principio di sicurezza è evitare, quando possibile, la lavorazione contemporanea nello stesso spazio di materiale appartenente a pazienti differenti. L’obiettivo è creare più barriere successive contro l’errore: identificazione del paziente, etichettatura, tracciabilità, verifica indipendente e registrazione delle operazioni.
Il caso di Napoli mostra quanto anche un evento eccezionale possa avere conseguenze personali, familiari, psicologiche e sanitarie enormi. Proprio per questo, nei laboratori di medicina della riproduzione la sicurezza non può dipendere esclusivamente dall’attenzione del singolo professionista: deve essere costruita attraverso procedure organizzative, controlli incrociati e tecnologie capaci di intercettare l’errore prima che raggiunga il paziente.
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