Tumori legati all’obesità: negli Stati Uniti le morti triplicate in 20 anni
Negli Stati Uniti le morti per tumore collegate all’obesità sono triplicate in vent’anni. Lo indica uno studio presentato al recente congresso annuale della Società Americana di Endocrinologia, a San Francisco, basato sull’analisi di oltre 33mila decessi oncologici. I dati mostrano che l’aumento colpisce in modo particolare donne, persone anziane, afroamericani, nativi americani e popolazioni rurali, tra le quali il sovrappeso grave è in forte crescita.
A rendere ancora più allarmante il quadro sono i dati ufficiali dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), l’ente sanitario federale statunitense: il 40,3% degli adulti statunitensi è obeso. Un’emergenza sanitaria che riguarda tutto l’Occidente, Italia compresa, e che comincia spesso nell’infanzia.
L’obesità è un fattore di rischio oncologico per 13 tipi di cancro
In Italia, il 10% degli adulti tra i 18 e i 69 anni è obeso, cioè circa 4 milioni e 100mila persone. Sovrappeso e obesità sono responsabili del 3% di tutti i tumori negli uomini e del 7% nelle donne, secondo le stime epidemiologiche più aggiornate.
L’obesità è associata a un rischio più elevato di sviluppare 13 diversi tipi di cancro. Si tratta di: adenocarcinoma dell’esofago, tumore della mammella in post menopausa, colon-retto, utero, cistifellea, stomaco, rene, fegato, ovaio, pancreas, tiroide, meningioma (tumore cerebrale), mieloma multiplo. La lista è stata stilata sempre dai Centers for Disease Control and Prevention. Ai tumori si aggiungono le malattie croniche non oncologiche come diabete, malattie cardiovascolari, renali e metaboliche, che causano migliaia di morti ogni anno anche in Italia.
Calcolare l’indice di massa corporea non basta
L’obesità viene spesso definita attraverso il Body Mass Index (BMI), cioè l’indice di massa corporea, calcolato dividendo il peso (in chilogrammi) per il quadrato dell’altezza (in metri). Un valore inferiore a 25 indica normopeso; da 25 a 30 si parla di sovrappeso; da 30 a 40 si parla di obesità; oltre 40 di una forma grave.
Oggi questo parametro da solo non è più considerato sufficiente per individuare il rischio reale per la salute. Contano anche la distribuzione del grasso corporeo, la circonferenza della vita e altri segnali, come eventuali disfunzioni metaboliche o organiche, i livelli di insulina a digiuno e post-prandiali, oltre alla glicemia.
Una nuova ricerca pubblicata su The Lancet Diabetes & Endocrinology, condotta su oltre 250mila persone, mostra che il 67% di chi è classificato come “sovrappeso” presenta in realtà una forma preclinica o clinica di obesità. Inoltre, l’11% di chi ha un BMI normale presenta già segni clinici, se si considerano gli effetti metabolici. Quasi tutte le persone con BMI superiore a 30 mostrano danni organici misurabili.
La sindrome metabolica aumenta il rischio di tumori
Un tumore su tre è causato da comportamenti modificabili. Fumo, alcol, sedentarietà, sovrappeso e obesità sono responsabili del 30-35% dei tumori. Il sovrappeso interessa il 30% della popolazione e causa 4 milioni di morti ogni anno, il 40% dei quali in soggetti sovrappeso ma non obesi.
A influire non è solo il peso in eccesso, ma anche la sindrome metabolica, un insieme di alterazioni che comprende l’accumulo grave di grasso addominale, iperglicemia, ipertensione e dislipidemia. Questa condizione agisce in ogni fase del cancro: dalla formazione del tumore alla sua progressione, dalla resistenza ai trattamenti fino all’insorgenza delle recidive.
Una malattia su cui pesa lo stigma
Per affrontare in modo efficace l’obesità serve un approccio clinico integrato. Da qui è nata la proposta di legge in approvazione, che la dichiara a tutti gli effetti una malattia. Ad oggi è ancora troppo spesso accompagnata da stigma e richiede una presa in carico personalizzata, che agisca su più livelli, tra cui: l’alimentazione, l’attività fisica regolare, il supporto psicologico, le terapie farmacologiche (quando necessarie) e il monitoraggio costante.
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