West Nile, alzare la guardia e puntare sulla prevenzione
Dalla febbre West Nile alla Dengue, le infezioni trasmesse dalle zanzare sono sempre meno esotiche e sempre più italiane. Non a caso, continuano ad aumentare le vittime del virus del West Nile, specie tra Lazio e Campania. Un sessantottenne di Trentola Ducenta, in provincia di Caserta, è il terzo morto per il virus West Nile in Campania, il settimo in Italia dall’ inizio anno: l’uomo, secondo quanto si è appreso, è deceduto ieri sera al presidio ospedaliero di Aversa (Caserta).
Un nuovo caso di Febbre del Nilo è stato accertato oggi a Oristano. Si tratta di un uomo di 72 anni residente nel capoluogo, con patologie pregresse. Il paziente si trova ora all’ospedale San Martino di Oristano.
A fare chiarezza è Maria Triassi, Presidente della SISPeD e docente di Igiene e Sanità pubblica all’Università Federico II di Napoli. Le arbovirosi sono una realtà in crescita e la prevenzione è una responsabilità collettiva, avverte.
Professoressa, partiamo dalla notizia: nuovi casi di West Nile in Italia. Cosa sta succedendo?
La presenza del virus West Nile nel nostro Paese non è una novità, ma c’è ancora poca consapevolezza tra i cittadini.

La professoressa Maria Triassi
Parliamo di un virus trasmesso dalla zanzara Culex, molto diffusa anche in Italia, soprattutto a causa dei cambiamenti climatici che prolungano il suo periodo di attività. Il problema non è solo la West Nile. Anche la Dengue sta comparendo, spesso attraverso casi importati, ma non mancano quelli autoctoni legati alla zanzara tigre (Aedes albopictus).
Quanto sono gravi queste infezioni?
Non c’è alcun allarme. La maggior parte dei casi di West Nile decorre in modo asintomatico o con sintomi lievi come febbre, mal di testa e dolori muscolari. Tuttavia, una piccola percentuale – meno dell’1% – può sviluppare complicanze gravi: forme neurologiche nel caso della West Nile. Il vero problema è che molte infezioni non vengono diagnosticate e questo rende difficile stimare l’impatto reale e organizzare al meglio la risposta di sanità pubblica.
Ci sono vaccini disponibili per queste malattie?
Per la West Nile purtroppo no. La prevenzione si basa esclusivamente su misure ambientali e comportamentali. Per la Dengue, invece, esiste un vaccino efficace, ma il suo utilizzo è limitato a specifiche categorie di pazienti, in contesti controllati. Ovviamente non è previsto per la popolazione generale in Italia, anche perché storicamente il nostro Paese non è considerato endemico.
Come possiamo proteggerci concretamente?
La prima difesa resta la più semplice: evitare le punture di zanzara. Usare zanzariere, applicare repellenti, indossare abiti che coprano la pelle, soprattutto al tramonto e all’alba. E poi c’è la prevenzione ambientale: eliminare i ristagni d’acqua dove le zanzare depongono le uova – sottovasi, bidoni, tombini. Anche piccoli gesti, se fatti con costanza, possono avere un grande impatto.
Che ruolo giocano le istituzioni e la comunità scientifica in questo contesto?
Fondamentale. Serve un sistema di sorveglianza epidemiologica sempre più integrato, che monitori non solo i casi clinici, ma anche la presenza e la diffusione delle zanzare. E poi bisogna investire nella comunicazione: i cittadini devono sapere cosa fare. Sul fronte scientifico, è urgente rafforzare la ricerca su vaccini, terapie e strumenti diagnostici rapidi. Ma è anche importante studiare meglio l’ecologia delle zanzare e come i fattori climatici e ambientali influenzano la trasmissione dei virus.
Cosa direbbe a chi considera queste malattie un problema marginale?
Non c’è alcun allarme, ma è sempre bene non sottovalutare. Direi che oggi non possiamo più permetterci di ignorarle. Le arbovirosi non sono più malattie tropicali, ma rischi sanitari concreti anche in Italia. Non si tratta di creare allarmismo, ma di responsabilizzare. Prevenire è possibile, ma richiede attenzione da parte di tutti. La salute pubblica è un bene comune.
Come Presidente della SISPeD, che messaggio vuole lanciare alle istituzioni e ai cittadini?
La sanità pubblica deve evolversi: servono tecnologie digitali, intelligenza artificiale, piattaforme di comunicazione rapida per monitorare e rispondere alle emergenze. Il digitale può essere un alleato strategico nella lotta alle arbovirosi. Ma nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’impegno collettivo. I cittadini, gli operatori sanitari, le istituzioni: ognuno ha un ruolo da giocare. Solo così potremo affrontare efficacemente queste nuove sfide e proteggere la nostra salute.
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