Il caffè fa male al cuore? Cosa sappiamo davvero sulla caffeina
Per anni il caffè è stato guardato con una certa diffidenza da chi teme per la salute del cuore. La ragione è comprensibile: la caffeina è uno stimolante e i suoi effetti possono essere avvertiti anche pochi minuti dopo una tazzina. Le evidenze scientifiche, tuttavia, descrivono un quadro più complesso. Un recente documento dell’American Heart Association, ripreso anche da JAMA, ha riesaminato gli studi sul rapporto tra caffeina e malattie cardiovascolari. La conclusione non consente di classificare semplicemente il caffè come “buono” o “cattivo”.
Fino a 400 milligrammi di caffeina al giorno
Per la maggior parte degli adulti, un consumo fino a circa 400 milligrammi di caffeina al giorno viene considerato generalmente sicuro sul piano cardiovascolare. Come riferimento, si parla di circa 3-5 tazze da 240 millilitri di normale caffè americano. Il dato non deve però essere trasformato automaticamente in un numero di espressi. La caffeina presente in una bevanda varia in base alla miscela, alla quantità utilizzata e al metodo di preparazione. Inoltre, 400 milligrammi rappresentano un limite indicativo, non un obiettivo da raggiungere.
Il possibile legame con un minor rischio cardiovascolare
Numerosi studi hanno associato un consumo moderato di caffè con caffeina a un minor rischio di malattia coronarica e ictus. Quantità basse o moderate sono state associate anche a una minore probabilità di insufficienza cardiaca e diabete di tipo 2. La parola fondamentale, però, è “associato”. Molte ricerche sono osservazionali e quindi non possono dimostrare che sia stato proprio il caffè a produrre questi effetti. Il caffè, del resto, non contiene soltanto caffeina. Sono presenti numerosi composti biologicamente attivi, alcuni con proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, che rendono difficile separare l’effetto della caffeina da quello della bevanda nel suo complesso.
Perché la pressione può aumentare dopo un caffè
Gli effetti immediati non coincidono necessariamente con quelli osservati nel lungo periodo. La caffeina blocca i recettori dell’adenosina e stimola l’attività del sistema nervoso simpatico. Dopo il consumo possono quindi aumentare temporaneamente pressione arteriosa, frequenza cardiaca e vigilanza. Questo non significa automaticamente che bere caffè provochi ipertensione cronica. La risposta dipende anche dall’abitudine: chi assume caffeina regolarmente può sviluppare una certa tolleranza. In presenza di ipertensione, aritmie o palpitazioni dopo il caffè, la situazione dovrebbe invece essere valutata individualmente.
Caffeina e aritmie: cosa sappiamo
Per molto tempo alle persone con disturbi del ritmo cardiaco è stato consigliato quasi automaticamente di eliminare il caffè. Le evidenze più recenti suggeriscono una situazione meno netta. Alcuni studi clinici randomizzati indicano che il caffè con caffeina non aumenta necessariamente il rischio di fibrillazione atriale e alcuni dati suggeriscono persino una riduzione delle recidive. Allo stesso tempo, può aumentare la frequenza delle extrasistoli ventricolari, quei battiti anticipati percepiti talvolta come un colpo o un “salto” nel petto. Anche in questo caso la risposta individuale resta fondamentale.
Non tutti metabolizzano la caffeina allo stesso modo
Due persone possono assumere la stessa quantità di caffeina e reagire in maniera molto diversa. La velocità con cui viene metabolizzata dipende da genetica, età, abitudine al consumo, condizioni di salute e alcuni farmaci. Per qualcuno un espresso dopo cena non crea problemi; per altri può significare insonnia per diverse ore. Tremori, agitazione, palpitazioni o difficoltà a dormire possono quindi indicare che la quantità abitualmente consumata è eccessiva per quella specifica persona.
Energy drink e caffè non sono equivalenti
Uno dei punti più importanti riguarda gli energy drink. I risultati degli studi sul consumo abituale di caffè non possono essere trasferiti automaticamente a queste bevande. Energy drink ed energy shot possono fornire concentrazioni molto elevate di caffeina, talvolta insieme ad altre sostanze stimolanti. Le alte dosi sono state associate ad aumenti della pressione e ad alterazioni del ritmo cardiaco. Il consumo moderato di una normale tazza di caffè rappresenta quindi un contesto molto diverso dall’assunzione rapida di grandi quantità di caffeina attraverso prodotti concentrati.
Anche la preparazione del caffè può contare
Non tutti i caffè sono uguali neppure dal punto di vista della preparazione. Alcuni metodi lasciano nella bevanda maggiori quantità di cafestolo, una sostanza naturale del caffè che può contribuire ad aumentare il colesterolo LDL. La filtrazione attraverso carta trattiene gran parte di questi composti, mentre le preparazioni non filtrate possono contenerne quantità maggiori. L’effetto complessivo dipende comunque dalla frequenza e dalla quantità consumata.
Quindi il caffè fa bene o fa male al cuore?
La risposta più corretta resta: dipende. Le evidenze disponibili non suggeriscono che una persona sana debba eliminare il caffè semplicemente per proteggere il cuore. Un consumo moderato appare generalmente sicuro e diversi studi lo associano a una minore incidenza di alcune patologie cardiovascolari. Questo non significa però che il caffè debba essere considerato una terapia preventiva. Le associazioni favorevoli provengono in gran parte da studi osservazionali e non è semplice distinguere l’effetto della caffeina da quello degli altri componenti della bevanda o dagli stili di vita di chi la consuma.
La risposta dell’organismo resta quindi un indicatore importante. Palpitazioni, tremori, aumento della pressione, agitazione, ansia o disturbi del sonno possono suggerire la necessità di ridurre la caffeina. Il cuore, insomma, non sembra avere necessariamente un nemico nella tazzina. Ma, come spesso accade in medicina, sono la dose, la modalità di consumo e le caratteristiche della persona a fare la differenza.
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