Tre-cinque sedute e mi faccio il fondo prima di andare in vacanza. Di cosa si tratta? Di lampade e lettini solari. Sbagliato, sbagliato. Due volte, perché sono ben due gli errori racchiusi in questa frase, semplice ma pericolosa. Non è vero infatti che esiste una dose minima che non sia dannosa e non è vero che in questo modo si prepara la pelle al sole “vero”. Ma andiamo per gradi.
Intanto, c’è una legge in Italia che regola l’uso di lettini e lampade solari. È il Decreto Ministeriale 12 maggio 2011, n. 110 che disciplina le caratteristiche tecniche e le modalità di utilizzo degli apparecchi elettromeccanici nei Centri estetici, tra cui per l’appunto i lettini solari (solarium UV). Elenca i diversi divieti: no al sole artificiale fino alla maggiore età, in caso di gravidanza, a chi ha un tumore cutaneo oppure lo ha avuto in passato e in generale a chi non si abbronza oppure si scotta facilmente quando si espone al sole. A conti fatti, parliamo di milioni di persone che andrebbero avvertite dei danni per la salute. La legge viene rispettata? Non proprio. E il più delle volte non c’è neppure un avviso scritto nel Centro estetico. Eppure, gli UV sono stati classificati dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come cancerogeni per l’uomo.
«Gli ultimi studi sono netti nell’identificazione del legame tra tumori della pelle e lampade e lettini abbronzanti», spiega Paolo Ascierto, direttore dipartimento Tumori cutanei, Immunoterapia sperimentale e Terapie innovative, Istituto nazionale tumori Pascale di Napoli. «Le ricerche hanno dimostrato che il rischio aumenta in particolare tra chi ne fa uso già in giovane età e in più che c’è un incremento del rischio in base alle sedute. Per questo, la Comunità scientifica sta fortemente chiedendo che il divieto sia portato a 30 anni». Un dato vale per tutti e arriva dalla IARC: il rischio di melanoma può aumentare anche del 75% se l’uso di lampade e lettini avviene prima dei 30 anni.
A dimostrare il livello del danno è uno studio condotto dalla Northwestern University, pubblicato qualche mese fa. I ricercatori hanno confrontato 3000 utilizzatori di sole artificiale con altrettanti che invece non ne facevano uso. Il melanoma è stato diagnosticato al 5% delle persone che facevano parte del primo gruppo, contro il 2% del gruppo di controllo. Ma c’è di più. Verificando età, familiarità, numero di scottature, è stato valutato un rischio di 2,9 volte superiore tra chi si abbronzava artificialmente. Una prova, questa, che non esiste una soglia minima. Proseguendo nella lettura dello studio, si scopre che dalle analisi su oltre 180 biopsie è risultato che a carico dei melanociti delle persone che avevano fatto uso di lampade e lettini solari, c’era quasi il doppio di mutazioni. Il che significa, maggiori difficoltà per quanto riguarda l’efficacia delle terapie oncologiche.
«La popolazione va resa più consapevole e coinvolta attivamente», interviene Silvia Franceschi, ricercatrice internazionale. «Per questo abbiamo inserito nel punto 8 dell’edizione appena pubblicata del Codice Europeo contro il Cancro “Non usate mai lettini abbronzanti”, e quel “mai” significa a qualsiasi età. Le prove scientifiche confermano che sono nocivi e che non esiste un livello di esposizione privo di rischi: per questo non dovrebbero essere utilizzati».
Il rischio è doppio. Chi fa uso di lettini solari, forte del fatto che la pelle si abbronza, non si comporta in maniera consapevole al sole. Questo cosa significa? Che non rispetta la fascia oraria più pericolosa perché i raggi solari sono “a picco”, che è tra le 12 e le 16, e non applica il prodotto solare, o comunque lo utilizza in maniera non corretta. Risultato? Un rischio alto di scottature, fattore di rischio importante di tumore alla pelle e in particolare di melanoma.
«Il melanoma, al contrario di altre forme oncologiche, è in aumento tra gli under 50: 15.000 nuovi casi l’anno, con numeri raddoppiati in 20 anni», aggiunge Ascierto. «Questo è il frutto di un calo dell’attenzione, non soltanto per quanto riguarda le lampade UV, ma anche per i raggi solari. Chi si ammala ora, infatti è stato un bambino oppure un adolescente che si è esposto al sole in maniera incongrua. Va quindi rivista la comunicazione, da attivare con diverse modalità di linguaggio. Dobbiamo rivolgerci alle mamme, perché vediamo ancora troppi neonati e bambini piccoli in spiaggia al sole. E, con approccio diverso, agli adolescenti che senza più il controllo degli adulti, perdono spesso il senso della misura».



