L’evento di presentazione dello studio condotto dal Ceis della facoltà di Economia dell’Università di Tor Vergata di Roma ha messo in luce una cornice istituzionale chiara, tra legislazione e un cambio di paradigma. Lo studio, coordinato da Paolo Sciattella, ricercatore del Ceis, si basa sui risultati del trial SELECT — primo studio sugli esiti cardiovascolari (CVOT) specificamente dedicato alla riduzione del rischio cardiovascolare nei pazienti con obesità. Ed è stato proprio Paolo Sciattella ad evidenziare come l’obesità sia una condizione di alto impatto per la vita del paziente, per il Servizio sanitario nazionale e il sistema sociale con un peso di «oltre 13 miliardi di euro, di curi 6,6 legati a malattie cardiovascolari». Lo studio evidenzia che, solo per le ospedalizzazioni, «ogni anno in Italia 330.000 mila pazienti vengono ricoverati con un impatto sul Servizio sanitario nazionale in termini di spesa ospedaliera di 2 miliardi di euro».
Sul versante politico-istituzionale, Roberto Pella, Deputato e Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità, Diabete e Malattie Croniche non Trasmissibili, ha spiegato che «l’Italia si è dotata della prima legge al mondo per la prevenzione e la cura dell’obesità, riconoscendola come malattia progressiva e recidivante». È una formulazione che sottolinea una svolta culturale: l’obesità non come semplice fattore di rischio o responsabilità individuale, ma come patologia che richiede presa in carico, continuità assistenziale e strumenti dedicati. «Ogni cittadino deve poter contare su una parità di trattamento, indipendentemente dal tenore di vita e dal reddito. Dovremo prendere spunto da paesi che stanno affrontando questa situazione in maniera sistematica. Prevenire significa curare», ha aggiunto Pella.
Sulla stessa linea, Andrea Lenzi, Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e Professore Emerito di Endocrinologia presso l’Università La Sapienza di Roma, ha evidenziato che «il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica, complessa e multifattoriale rappresenta un traguardo storico che colloca l’Italia all’avanguardia». Lenzi ha aggiunto che ora è «fondamentale proseguire nel percorso avviato, dotandosi di strumenti adeguati alla complessità della patologia» per garantire «la stessa dignità clinica e assistenziale riconosciuta ad altre patologie croniche». Il punto, in questa lettura, è l’equità: riconoscere e trattare l’obesità con la stessa strutturazione organizzativa riservata ad altre malattie croniche.
Nel dibattito scientifico e clinico richiamato durante l’evento, un passaggio decisivo riguarda l’evidenza sui grandi esiti cardiovascolari. Pasquale Perrone Filardi, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia AOU Federico II di Napoli, ha spiegato che «lo studio SELECT è stato il primo studio CVOT dedicato alla riduzione di eventi cardiovascolari maggiori in pazienti con obesità», e che ha dimostrato la «superiorità rispetto all’attuale standard di terapia in termini di efficacia e sicurezza di semaglutide nella riduzione del rischio di Mace» in più di 17.000 pazienti con obesità o in sovrappeso e malattia cardiovascolare accertata, non diabetici. Il riferimento alla popolazione non diabetica chiarisce l’ambizione: intervenire sul rischio cardiovascolare in un’area dove, per anni, il focus è stato più spesso sul diabete.
Paolo Sbraccia, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Medicina Interna – Centro Medico dell’Obesità, Policlinico Universitario “Tor Vergata”, ha concluso in modo netto: «L’obesità è una malattia cronica, multifattoriale e associata allo sviluppo di moltissime altre malattie croniche non trasmissibili, come tumori, malattie renali e del fegato, diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari, principale causa di morte nel nostro Paese». Sbraccia ha poi indicato che «farmaci in grado di ridurre il rischio cardiovascolare, come semaglutide 2,4 mg, rappresentano strategie terapeutiche essenziali», perché «non agiscono solo sul peso, ma sono efficaci nel ridurre le ospedalizzazioni, migliorare gli esiti clinici e limitare l’insorgere di eventi fatali» in una popolazione ad alto rischio.




