Si è rivelata un mezzo prezioso soprattutto durante l’emergenza. La telemedicina oggi apre molte possibilità nella cura. Al Forum Sistema Salute presso la Leopolda a Firenze è stato conferito il Premio del Rare Disease Award nella categoria Co-Creation al Progetto RemoTe. Il Premio viene attribuito ‘per la capacità del progetto di connettere i centri emofilia e i pazienti attraverso la telemedicina, che in tempi di Covid-19 ha permesso di assicurare cure ed assistenza senza incorrere in rischi legati al contagio’ come si legge nella motivazione.
RemoTe avvicina i centri emofilia e le persone con emofilia sfruttando le nuove tecnologie. “Queste hanno permesso di assicurare cure e assistenza ai pazienti fragili e cronici proteggendoli dal rischio di contagio” ha sottolineato Lara Pippo Head of Market Access & Government Affairs in CSL Behring che ha aggiunto “Il miglioramento della qualità della vita dei nostri pazienti fa parte dei nostri obiettivi prioritari”
La sezione Co-Creation assegna un premio speciale ai progetti che prevedono servizi per le persone con malattia rara e i loro familiari e che abbiano come scopo quello di migliorare l’ecosistema.
“I progetti sono stati valutati secondo criteri di innovazione, sostenibilità economica, impatto sociale, originalità” ha spiegato AnnalisaScopinaro “Le proposte candidate sono state sottoposte alla valutazione di una giuria composta da persone con malattie rare, rappresentanti delle istituzioni, giornalisti”.
Il progetto è stato realizzato in collaborazione con ALTEMS (Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari) sotto la guida dell’Ing. Fabrizio Massimo Ferrara ed è partito su due importanti centri come il Federico II di Napoli e il Careggi di Firenze con la collaborazione di clinici (Prof. Di Minno e Prof. Castaman) e associazioni dei pazienti (FEDEMO, ARCE e Ate).
La televisita si è dimostrata una alternativa valida per circa il 50% dei controlli. È possibile una efficace verifica dello stato di salute, visionare esami clinici, dare indicazioni di terapia e fare follow up. Ovviamente questa modalità operativa non può sostituire le visite in presenza, ma risulta una soluzione integrativa all’assistenza.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2016/08/2354_6197_telemedicina-2-e1470321997822.jpg6641000Sofia Gorgonihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngSofia Gorgoni2021-10-29 17:12:282024-06-09 14:13:07Telemedicina alternativa valida nel 50% delle visite
Si è da poco conclusa la 77ª edizione del Congresso ASRM, American Society for Reproductive Medicine, uno dei più importanti convegni internazionali sulla Procreazione Medicalmente Assistita. Anche questa edizione si è tenuta in versione virtuale a causa della situazione sanitaria. Così, ricercatori e specialisti in Medicina Riproduttiva si sono incontrati online per condividere le ultime scoperte in questo settore.
Diagnosi preimpianto per anomalie cromosomiche (PGT-A) e ruolo dell’embriologo: elementi chiave per il successo dei trattamenti di PMA
Il ruolo dell’embriologo è fondamentale nei trattamenti di riproduzione assistita, dal momento che si occupa della selezione dell’embrione per il transfer. Fino ad oggi non era mai stato analizzato se i sistemi di classificazione morfologica, o altri metodi utilizzati dagli embriologi, aiutassero a selezionare embrioni euploidi (contenenti 46 cromosomi normali) con una probabilità maggiore rispetto a quelli aneuploidi (con uno squilibrio nella dotazione cromosomica). IVI ha studiato come questi sistemi di classificazione morfologica, utilizzati all’interno del laboratorio di embriologia, selezionino preferenzialmente gli embrioni euploidi. “Su un totale di 156 trasferimenti di singoli embrioni (SET), 129 erano euploidi, selezionati da embriologi che non hanno visionato i risultati della biopsia embrionale e del successivo PGT-A (test genetico preimpianto eseguito sull’embrione) per determinare la tipologia dell’embrione. Questo risultato dimostra l’abilità degli embriologi nel selezionare gli embrioni euploidi da trasferire nell’utero materno, secondo la classificazione morfologica”, ha spiegato il dottor Garrido, Direttore della Fondazione IVI.
Un altro studio presentato all’ASRM è nato con l’obiettivo di determinare l’origine degli errori cromosomici negli embrioni e il modo in cui tali anomalie possano alterare l’interpretazione dei risultati dei test PGT-A sull’embrione. “Il risultato riscontrato inizialmente, circa la natura euploide o aneuploide dell’embrione, nella quasi totalità dei casi è riconfermato nell’embrione stesso, dimostrando come gli errori meiotici – che avvengono durante la divisione cellulare – interessino l’intero embrione. Ne deriva che il tasso di discrepanza del 2%, osservato in queste analisi, è coerente con il tasso delle variazioni genetiche nella popolazione generale; quindi, la combinazione di una piattaforma analitica affidabile e i nuovi progressi nella comprensione della biologia degli errori embrionari, dovrebbe aumentare la fiducia nei risultati delle analisi PGT-A” ha affermato il dottor Garrido.
Gli studi confermano che i trattamenti di fecondazione assistita sono sicuri dopo il COVID-19
Il COVID-19 continua ad essere un argomento di primario interesse. A tal proposito, IVI ha presentato all’ASRM di quest’anno i risultati dei trattamenti di PMA su coppie di pazienti che hanno fatto ricorso alla medicina riproduttiva dopo aver superato l’infezione da COVID-19. “Quel che è certo è che, in una popolazione infertile, una diagnosi recente di COVID-19 non ha un impatto negativo sull’esito della gravidanza rispetto a una popolazione di controllo. Lo studio deve essere ampliato a un campione più ampio, ma ci aiuta comunque a rassicurare i pazienti che si chiedono se è sicuro intraprendere percorsi di fecondazione assistita dopo aver contratto il Coronavirus, esortandoli a non ritardare l’inizio del trattamento una volta superata la malattia” ha concluso il dottor Garrido.
Quest’anno IVI ha presentato quasi 70 studi, tutti mirati a garantire una maggiore sicurezza. “Sono molte le linee di ricerca cui dedichiamo il nostro lavoro quotidiano”, ha affermato Daniela Galliano, medico chirurgo, specializzata in Ginecologia, Ostetricia e Medicina della Riproduzione, Responsabile del Centro PMA di IVI Roma. “In particolare, la nostra priorità è fare in modo che le coppie riescano ad ottenere la gravidanza nel minor tempo possibile e con le massime garanzie di successo”.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2017/07/pma-puglia.jpg613990Sofia Gorgonihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngSofia Gorgoni2021-10-26 17:12:412024-06-09 14:13:48ASRM 2021: il ruolo dell’embriologo e l’impatto del COVID-19 sui trattamenti di PMA
Affamare il tumore e sottrarre calorie e zuccheri per rallentarne la progressione. E’ questo il punto di partenza di una ricerca che sta facendo molto parlare e che in molti considerano come un primo passo verso risultati importanti nella lotta ai tumori. Quello che gli scienziati hanno osservato è che una dieta ipocalorica può ridurre la disponibilità di acidi grassi, il che può portare a un rallentamento nello sviluppo dei tumori. In particolare, a rivelarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature, portato a termine dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Val bene chiarirlo sin da subito, non si sta parlando di sostituire alle cure un’alimentazione ipocalorica; né siamo al cospetto di qualche dieta miracolosa. Il team, guidato da Matthew Vander Heiden, ha però fatto importanti osservazioni che aprono a possibilità ancora da esplorare.
CONSUMO DI GLUCOSIO
In laboratorio gli scienziati hanno sottoposto un gruppo di topi a diversi regimi alimentari associati a un ridotto apporto di zuccheri. Gli animali hanno seguito diete ipocaloriche e chetogeniche (prive di carboidrati), ma solo la prima tipologia sembrava in grado di diminuire la disponibilità di acidi grassi, il che ha suscitato un rallentamento nel decorso del tumore pancreatico nei topolini. Il meccanismo è legato a quello che si potrebbe definire il “metabolismo” del tumore. Le cellule cancerose consumano infatti una grande quantità di glucosio, di qui l’ipotesi di partenza: una particolare dieta potrebbe sottrarre il glucosio necessario al tumore per crescere. Lo studio ha dimostrato che un’alimentazione ipocalorica è associata a effetti più significativi rispetto ad una dieta chetogenica. «Ci sono molte evidenze del fatto che l’alimentazione possa influenzare la velocità di progressione del cancro – afferma Vander Heiden – ma è importante sottolineare che non si tratta di cure o rimedi. Questi risultati, inoltre, non supportano l’adozione di diete ipocaloriche per i pazienti oncologici. Saranno tuttavia necessari ulteriori studi per valutare la possibilità di introdurre alcuni accorgimenti a livello alimentare in determinati pazienti». In letteratura diverse sono le ricerche che hanno suggerito come una dieta ipocalorica possa in qualche modo rallentare la crescita dei tumori, mentre non ci sono prove dell’efficacia di alimentazioni chetogeniche.
PROSPETTIVE INCORAGGIANTI
I ricercatori hanno anche esaminato una coorte di pazienti con tumore pancreatico, valutando gli effetti di diversi regimi alimentari. «Non abbiamo dati abbastanza completi per trarre conclusioni definitive sulle conseguenze della dieta nella popolazione umana – riporta Brian Wolpin, un oncologo del Dana-Farber Cancer Institute e coautore dell’articolo – l’alimentazione povera di calorie può essere difficile da mantenere e può anche provocare effetti collaterali dannosi. È presto quindi per raccomandare determinati comportamenti alimentari ai pazienti oncologici, ma potremmo essere sulla buona strada per individuare i processi biologici che collegano la dieta alla velocità di crescita dei tumori».
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/10/tumore.jpg360640Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-26 10:00:482024-06-09 14:14:50Una dieta può rallentare la crescita del tumore
Quattro ricercatrici italiane descrivono per la prima volta al mondo il funzionamento di una barriera cerebrale (il plesso coroideo) che, per proteggere il cervello dall’infiammazione dell’intestino si chiude e genera stati di ansia e depressione. Questo spiega perché questi stati accompagnano spesso chi soffre di malattie croniche intestinali, come la colite ulcerosa e la malattia di Crohn. Da anni la comunità scientifica ha riconosciuto un legame tra intestino e cervello, il cui funzionamento però è stato fino ad oggi indefinito. Lo studio italiano, pubblicato su Science, rappresenta quindi una svolta nella comprensione dell’asse intestino-cervello e apre la strada a nuove terapie.
La comunicazione tra intestino e cervello
Questi risultati aprono a nuovi scenari nella conoscenza del funzionamento di una delle barriere (o interfacce) fra circolo sanguigno e cervello, il plesso coroideo. Lo studio è stato coordinato dalla professoressa Maria Rescigno, capo del Laboratorio di immunologia delle mucose e microbiota di Humanitas e docente di Patologia Generale di Humanitas University.
“A livello del plesso coroideo abbiamo documentato il meccanismo che blocca l’ingresso nel cervello di segnali infiammatori originati nell’intestino e migrati verso altri organi grazie al flusso sanguigno. A tale fenomeno è associato un isolamento del cervello dal resto dell’organismo che è responsabile di alterazioni comportamentali, tra cui l’insorgenza di stati di ansia”, spiega la prof.ssa Rescigno. “Questo significa che tali condizioni del sistema nervoso centrale sono parte della malattia e non solo manifestazioni secondarie”.
Lo studio è firmato inoltre dalla dott.ssa Sara Carloni, microbiologa di Humanitas University, la prof.ssa Michela Matteoli, docente di Farmacologia di Humanitas University e Direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR, e la dott.ssa Simona Lodato, capo del Laboratorio di Neurosviluppo di Humanitas e docente di Istologia ed Embriologia di Humanitas University.
Le funzioni del plesso coroideo
Il plesso coroideo è una struttura che si trova all’interno del cervello, dove viene prodotto il liquido che avvolge l’encefalo e il midollo spinale, a protezione delle strutture del sistema nervoso centrale. Il plesso coroideo è anche un veicolo per l’ingresso di sostanze nutritive e l’eliminazione di quelle di scarto e ha un ruolo di difesa immunitaria.
“Abbiamo scoperto che all’interno del plesso coroideo, oltre alla nota barriera epiteliale, esiste un’ulteriore barriera vascolare, che abbiamo definito barriera vascolare del plesso coroideo”, spiega la dottoressa Sara Carloni.
“In condizioni normali questo ‘cancello’ consente l’ingresso di molecole derivate dal sangue e, in caso di infiammazione in organi distanti (in questo caso l’intestino), la barriera si riorganizza e si chiude per bloccare l’ingresso di possibili sostanze tossiche”.
Il team di ricercatrici, inoltre, si è chiesto a cosa serve, in condizioni di salute questo “cancello” vascolare (che in assenza di stimolo patologico rimane aperto). Per rispondere è stato usato un modello sperimentale genetico, che consente di “chiudere” la barriera cerebrale senza che ci sia infiammazione dell’intestino.
“Così facendo abbiamo dimostrato che la chiusura della barriera del plesso sembrerebbe di per sé correlata ad alterazioni del comportamento, determinando un aumento di ansia e un deficit nella memoria episodica”, conclude la prof.ssa Michela Matteoli. Ciò significa che una comunicazione fisiologica e dinamica tra intestino e cervello è fondamentale per una corretta attività cerebrale.
Per comprendere il comportamento della barriera vascolare del plesso coroideo è stata utilizzata la metodica del Single Cell Sequencing, cui ha partecipato anche un gruppo di ricerca dello IEO. “Questo ha permesso di identificare le componenti del sistema vascolare che sono principalmente coinvolte in questa risposta, i capillari e periciti, cellule che regolano la permeabilità dei vasi sanguigni”, racconta la dottoressa Simona Lodato. “Grazie a questa analisi è possibile conoscere il comportamento dinamico di ogni cellula del plesso coroideo al momento della chiusura della barriera”.
Prospettive di cura delle patologie infiammatorie
“Abbiamo descritto il meccanismo che regola l’interazione tra il cervello e il resto dell’organismo in relazione alle infiammazioni intestinali”, spiega la professoressa Maria Rescigno. “Le domande aperte sono ancora molte. Ad esempio, in quali altre malattie si attiva questa chiusura? Anche i pazienti con patologie neurodegenerative hanno un intestino permeabile, da cui quindi passano più molecole verso il flusso sanguigno. Ora sappiamo che questa migrazione è correlata a una chiusura della barriera cerebrale e quindi a depressione e ansia. Come possiamo riaprire ‘il cancello’ del plesso per combattere questi stati alterati? E ancora, come possiamo modulare la barriera per raggiungere il cervello e consentire il passaggio di farmaci?”.
“Siamo già al lavoro per capire quali molecole possano essere coinvolte nelle anomalie comportamentali per modulare la reazione della barriera; quali cellule e componenti utili per la nostra salute restano intrappolate fuori dal cervello quando il plesso si chiude”, specifica la dottoressa Sara Carloni.
“Siamo di fronte a un’ulteriore dimostrazione che un’attività immunitaria non solo eccessiva ma anche insufficiente sia dannosa per la funzione del sistema nervoso. Adesso sarà importante definire i meccanismi attraverso cui questo avviene”, spiega la professoressaMichela Matteoli.
“Stiamo studiando la microglia, ossia le cellule immunitarie presenti nel cervello. Sappiamo che la loro attività può essere influenzata dai segnali provenienti dal sistema immunitario periferico e molti studi, anche del nostro laboratorio, hanno confermato che la microglia influenza in modo importante la funzione della sinapsi. La sinapsi è il sito di contatto tra neuroni ed è la sede di tutti i processi alla base del funzionamento del cervello, inclusi apprendimento e memoria. Rappresenta quindi il bersaglio più promettente da analizzare nei prossimi studi”.
“Nel contesto della neurobiologia dello sviluppo, dobbiamo capire quando e come si crei questa interazione tra cervello e sistema gastrointestinale scoperta a livello del plesso coroideo. La composizione del liquido cerebrospinale (CSF), che è chiaramente influenza dall’attività di questa barriera, è dinamica nello sviluppo e fondamentale nella formazione dei circuiti neuronali. Se pensiamo alla disbiosi, ossia ad alterazioni nel microbiota dei bambini, o all’obesità infantile, ci rendiamo conto che sono situazioni in cui il link tra cervello e intestino potrebbe essere alterato da un forte stato infiammatorio con effetti sulla barriera vascolare del plesso ed importanti conseguenze sul cervello in sviluppo”, conclude la dottoressa Simona Lodato.
Per la prima volta al mondo un’equipe medica ha impiantato un sistema che consente la “resincronizzazione cardiaca”. Lo straordinario intervento è stato realizzato al Policlinico Federico II di Napoli, e in particolare nel laboratorio di elettrofisiologia e cardiostimolazione dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia, Emodinamica, UTIC diretta dal professor Giovanni Esposito.
LA PROCEDURA
Detto con parole semplici, questa procedura è molto efficace per migliorare prognosi e sintomi dei pazientiche soffrono di scompenso cardiaco e dissincronia di contrazione tra il ventricolo destro e sinistro. Si interviene sul cuore grazie ad elettrocateteri che di fatto “erogano la terapia”. Questi piccolissimi elettrodi vengono posizionati sull’atrio destro, il ventricolo destro e il ventricolo sinistro, così da ottenere una contrazione sincronizzata delle camere cardiache con un miglioramento della funzione di pompa. Il successo della terapia dipende quasi esclusivamente dal raggiungimento di aree adeguate da stimolare del ventricolo sinistro. Sfortunatamente, il 30-40% dei pazienti non risponde alla terapia di resincronizzazione perché è difficile posizionare un elettrocatetere in un ramo del seno coronarico adatto a stimolare un’area adeguata del ventricolo sinistro.
NUOVI DEVICE
L’intervento è stato eseguito dal professor Antonio Rapacciuolo, che spiega: «Recentemente, è stato sviluppato dalla Microport un elettrocatetere di dimensioni ridottissime, il cui diametro è 4 volte inferiore ai cateteri classici. Per effettuare questo impianto è necessaria una tecnica molto diversa da quella convenzionale, con navigazione dei rami del seno coronarico anche di calibro piccolo e tortuosità elevate. Avere a disposizione un elettrocatetere in grado di raggiungere qualunque zona del ventricolo sinistro ci dà la possibilità di stimolare in maniera più efficace una percentuale più elevata di pazienti. Ogni paziente, infatti, ha una diversa anatomia e fino ad ora i classici cateteri non ci consentivano di praticare una terapia individualizzata». Nell’equipe, i medici Aniello Viggiano e Teresa Strisciuglio, insieme agli infermieri Francesca Del Prete, Loredana De Cicco, Salvatore Cerino e ai tecnici Stefano De Maio e Rosa Rusciano. «Fornire al paziente la migliore terapia possibile per la sua condizione e lavorare ad una medicina di precisione, che coniughi elevate competenze specialistiche all’avanguardia delle tecnologie – sottolinea Anna Iervolino, Direttore Generale del Policlinico Federico II – è la direzione della nostra cardiologia, elemento cardine dell’assistenza della nostra azienda ospedaliera universitaria e del suo ruolo nel servizio sanitario regionale». cuore
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2016/12/image-22.jpeg179400Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-22 09:24:092024-06-09 14:15:00Cuore, effettuata la prima resincronizzazione cardiaca
Lavorare in turni, con una rotazione antioraria, pomeriggio-mattino-notte ha un effetto deleterio sulle performance dei dipendenti. A dirlo è una ricerca che coinvolto 144 infermieri provenienti da 5 ospedali del Centro e Sud Italia, seguiti da luglio 2017 a febbraio 2020. In particolare i ricercatori hanno puntato a verificare se il personale infermieristico che lavora in turni con rotazione antioraria che, come detto, si svolgepomeriggio-mattino-notte, subisca conseguenze peggiori rispetto a chi turni con un regime orario (mattino-pomeriggio-notte). Questo perché è già stato notato che nel primo caso ci sono delle ripercussioni negative, ma non ancora con una ricerca esaustiva. I parametripresi in considerazione sono la sonnolenza e l’affaticamento percepito alla fine di un turno, misurando parallelamente la performance psicomotoria degli operatori sanitari. «Abbiamo ipotizzato – spiega Luigi De Gennaro del Dipartimento di Psicologia della Sapienza, coordinatore del lavoro – che la rotazione antioraria dei turni (BRS, backward-rotating shift) fosse associata a stanchezza e sonnolenza maggiori e, soprattutto, a ridotte misure comportamentali di attenzione costante».
SONNO E AFFATICAMENTO
Lo studio ha dimostrato un cospicuo peggioramento in tutte le dimensioni misurate, nel personale infermieristico che lavora in regime di turno antiorario. In conclusione, tutti i turnisti hanno un peggioramento di sonnolenza, fatica percepita e vigilanza psicomotoria associata al turno notturno, ma quelli inquadrati in un regime antiorario vanno incontro a un’amplificazione di queste conseguenze negative. Le implicazioni di tale studio possono aprire delle prospettive potenzialmente innovative per l’organizzazione lavorativa in ambito ospedaliero, nella direzione di spingere le aziende ospedaliere a riconvertire il regime di turnazione, quando antiorario. Non si tratta del primo lavoro di questo gruppo di ricerca che, sotto la guida di Luigi De Gennaro della Sapienza, da anni studiale conseguenze del lavoro a turni nel personale infermieristico italiano. In un primo studio era stato dimostrato che il turno notturno si associa sia all’aumento di sonnolenza e fatica, che a consistenti riduzioni della performance in compiti di vigilanza psicomotoria. In un successivo studio si dimostrava che negli infermieri una cattiva qualità del sonno, alla quale sono esposti tutti i lavoratori a turni, finisce per peggiorare ulteriormente le performance psicomotorie notturne.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/10/Turni-medico-stanco.jpg426640Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-21 17:04:032024-06-09 14:15:02Lavorare in turni può peggiorare le performance
Ritrovare la vista grazie ad una terapia genica. E’ il “miracolo” della scienza al quale hanno assistito le famiglie di alcuni bambini affetti da distrofia retinica, una malattia che aveva costretto i giovanissimi pazienti ad una condizione diquasi cecità. In tutto sono dieci i pazienti trattati con questa terapia genica alla Clinica Oculistica dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. Dieci giovanissimi pazienti che hanno ritrovato la propria autonomia e una vita felice. Oggi possono scrivere, leggere e muoversi senza il bisogno di essere accompagnati ovunque.
CAMPO VISIVO
I risultati ottenuti hanno infatti portato ad un sensibile allargamento del campo visivo, un aumento della capacità di vedere oggi da vicino, da lontano e persino in condizione di scarsa luminosità. Ovviamente, trattandosi di una malattia degenerativa, importante è il trattamento precoce. Nel 2019, autorizzati dall’Aifa, sono partiti i primi trattamenti su due bambini che oggi, dopo quasi due anni dalla terapia, mostrano risultati che i clinici definiscono importanti e stabili, oltre ad avere un buon profilo di sicurezza. Questi esiti aprono il campo ad una grande speranza per milioni di pazienti in tutto il mondo, donne e uomini che potrebbero ritrovare la vista nonostante la malattia.
NUOVE SPERANZE
La terapia, approvata e rimborsata in Italia, affronta una rara forma di distrofia retinica ereditaria, legata a mutazioni in entrambe le copie del gene RPE65. Terapia che in questo caso ha visto il suo esordio circa 15 anni fa, con una sperimentazione di fase I realizzata con la collaborazione tra l’Università Vanvitelli, la Fondazione Telethon e Children Hospital di Philadelphia. La terapia genica è una delle prime ad essere state ideate e ha l’obiettivo di trattare una patologia mirando direttamente alle sue basi genetiche. Il concetto base di questa strategia terapeutica è di fornire all’organismo una copia corretta del gene difettoso o un altro gene che possa compensarne il malfunzionamento nelle cellule colpite dalla malattia.
Il Cardarelli di Napoli apre ad un ventaglio di prestazioni di altissima specialità grazie alle nuove tecnologie di “Next Generation Sequencing” acquisite dall’Unità Operativa Complessa di Genetica Medica, diretta dal dottor Matteo Della Monica, già proveniente dall’Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer di Firenze. Proprio Della Monica spiega che queste nuove apparecchiature permetteranno di effettuare screening molecolari per i tumori (tra i quali neoplasie alla mammella e all’ovaio), terapie personalizzate per le malattie oncologiche in base al profilo genomico, diagnosi di malattie rare e sindromi malformative. «Un enorme passo avanti in direzione di una medicina personalizzata», dice il dottor Della Monica, che aggiunge: «Grazie all’impegno della nostra direzione strategica il più grande ospedale del Mezzogiorno si pone al passo con altre realtà regionali di altissimo spessore, come i due Policlinici Universitari della Città, ma anche con le più moderne realtà nazionali e internazionali; mettendo i cittadini campani in condizione di essere curati nella propria regione e nel migliore dei modi». Al Cardarelli di Napoli, queste tecnologie di sequenziamento genetico di nuova generazione seguono percorsi dedicati e si avvalgono della consulenza di specialisti quali medici, biologi e tecnici di laboratorio.
INNOVAZIONE
Tra le nuove prestazioni erogate sono compresi anche screening di II livello per le talassemie – aggiunge Della Monica – test molecolare per BRCA e tumori dell’ovaio, array-CGH, FRAXA, analisi molecolare dei geni DPYD e UGT1A1 necessari per terapia oncologica, biopsia liquida, pannello di oncogeni da sangue periferico e da tessuto somatico, esoma clinico, pannello genico per nefropatie, rischio trombofilico e cardiovascolare, e per emocromatosi. Un’operazione di rinnovamento e ammodernamento fortemente voluta dalla direzione strategica del Cardarelli anche con un modernissimo sistema robotizzato e con un importante ed essenziale sistema gestionale per tutte le refertazioni del laboratorio. «Tutte queste analisi oggi possibili presso la nostra Unità Operativa Complessa di Genetica Medica – dice il direttore sanitario Giuseppe Russo – vanno a migliorare ancor più, e a velocizzare, i percorsi di cura del nostro ospedale. Si tratta infatti di analisi cruciali per l’attività clinica di moltissime specialità, e verranno erogate non solo per richieste interne (ossia per i pazienti ricoverati), ma anche per l’utenza esterna». I pazienti potranno prenotarsi presentando una semplice impegnativa del Servizio Sanitario Nazionale e previa una richiesta di consulenza genetica chiamando il numero 081-7472292 (dal lunedì al venerdì, dalle ore 12:00 alle ore 14:00). «Con l’aggiunta di queste prestazioni – commenta il direttore generale Giuseppe Longo – la nostra Azienda Ospedaliera contribuirà significativamente ad alleggerire la pressione sulle altre strutture pubbliche, riducendo il ricorso al privato o all’offerta fuori regione. Un passo in più verso quella sanità d’eccellenza per la quale tutti noi direttori generali lavoriamo su preciso mandato del Presidente Vincenzo Del Luca».
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/10/Genetica-Medica.jpeg20481536Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-19 09:30:472024-06-09 14:15:17Genetica, il Cardarelli apre al Next Generation Sequencing
Tre pazienti immunodepressi su dieci non rispondono al vaccino anti SARS-CoV-2.Sette su dieci sviluppano anticorpi e linfociti specifici contro il virus, soprattutto dopo la seconda dose, ma in quantità inferiori rispetto alle persone sane. Il dato emerge da 3 studi condotti su 3 diverse categorie vulnerabili. I risultati confermano la necessità di dosi di richiamo e confermano la sicurezza dei vaccini anti-COVID: nessuna reazione avversa significativa è stata registrata.
Gli studi dei ricercatori italiani
Gli studi sull’efficacia dei vaccini anti-COVID sugli immunodepressi sono stati condotti dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù su 3 diverse categorie: un gruppo di 21 pazienti affetti da immunodeficienza primitiva; una coorte di 34 ragazzi e giovani adulti sottoposti a trapianto di cuore e polmone (30 cuore, 2 cuore-rene, 2 polmone) e un gruppo di 45 giovani con trapianto di fegato e rene (12 fegato, 33 rene).
Le indagini sui pazienti con immunodeficienza primitiva e sul gruppo di trapiantati cuore/polmone sono state condotte dall’Unità di ricerca di Immunologia clinica e Vaccinologia, e sono state pubblicate, rispettivamente, sulle riviste scientifiche Frontiers in Immunology e Transplantation. Entrambe fanno parte di uno studio più ampio, denominato CONVERS, a cura dei medici e dei ricercatori guidati dal prof. Paolo Palma, che include altre 3 ricerche in via di conclusione su pazienti con infezione perinatale da HIV, malattia infiammatoria cronica intestinale e Sindrome di Down. Lo studio sui giovani con trapianto di fegato e rene è stato invece coordinato dai ricercatori della struttura complessa di Follow-up Trapianto renale guidata dal dott. Luca Dello Strologo.
Su tutti i pazienti inclusi nei 3 studi è stata analizzata sia la risposta sierologica al vaccino (cioè la quantità di anticorpi presenti nel sangue), sia la risposta cellulare (ovvero la presenza di linfociti T specifici contro il SARS-CoV-2 e, nel caso dei trapiantati di fegato e rene, dei linfociti B). I dati sono stati poi confrontati con quelli di gruppi di controllo composti da persone sane, sottoposte alla vaccinazione anti-COVID nello stesso periodo.
I risultati
Dai tre studi emerge che, in media, il 30% dei pazienti immunodepressi non sviluppa alcuna forma di immunità al virus, mentre il restante 70% risponde al vaccino, soprattutto dopo la seconda dose, ma in misura minore rispetto ai soggetti sani (meno anticorpi e meno linfociti specifici contro il SARS-CoV-2) e con delle differenze da gruppo a gruppo.
Pazienti con immunodeficienza primitiva: l’analisi sierologica effettuata dopo la seconda dose di vaccino ha rilevato che il 14% dei ragazzi non ha sviluppato anticorpi. Sul restante 86% è stata riscontrata una buona risposta anticorpale, benché inferiore al dato medio del gruppo di controllo. L’analisi cellulare ha invece rilevato l’assenza dei linfociti T specifici nel 24% dei soggetti inclusi nello studio.
Pazienti con trapianto di cuore e polmone: al termine del ciclo vaccinale il 31% dei giovani inclusi nello studio non ha sviluppato anticorpi. Sul restante 69% è stata registrata una risposta anticorpale, ma a livelli significativamente inferiori a quelli del gruppo di controllo. Stesse percentuali sul fronte dell’analisi cellulare: nessun incremento di linfociti T SARS-CoV2 specifici per il 31% dei pazienti.
Pazienti con trapianto di fegato e rene: dopo la seconda dose ha risposto al vaccino l’83% dei trapiantati di fegato e il 58% dei trapiantati di rene, con una sostanziale concordanza tra risposta sierologica e cellulare. «La diversa risposta al vaccino tra i trapiantati di fegato e il gruppo sottoposto al trapianto di rene – spiega il dott. Luca Dello Strologo, responsabile della struttura di Follow-up Trapianto renale del Bambino Gesù – sembra correlata al tipo di immunosoppressori somministrati. Alcuni farmaci più di altri, infatti, interferiscono sulla capacità dell’organismo di attivare la risposta immunitaria a seguito di uno stimolo immunogeno».
Sicurezza terza dose
«I risultati dei nostri studi dimostrano che è indispensabile proteggere le categorie più fragili somministrando la terza dose di vaccino, calibrando i dosaggi o ricorrendo a nuove formulazioni vaccinali adiuvate in grado di potenziare la risposta immunitaria al virus e mantenerla nel tempo» sottolinea il prof. Paolo Palma, responsabile di Immunologia clinica e Vaccinologia del Bambino Gesù. «Al tempo stesso è necessario raggiungere una copertura vaccinale quanto più estesa possibile. Il rischio di infezione è maggiore tra i bambini e i ragazzi immunodepressi. Ognuno di noi, con il proprio vaccino, è responsabile anche della loro salute».
Tutti gli studi confermano la sicurezza del vaccino anti SARS-CoV-2 anche sulle categorie più fragili: nei tre gruppi analizzati, dopo la somministrazione delle dosi sono stati registrati solo effetti collaterali transitori e di lieve entità. In nessun caso è stato necessario il ricovero ospedaliero.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/03/Vaccino-medici-di-famiglia.jpg453640Sofia Gorgonihttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngSofia Gorgoni2021-10-07 10:32:272024-06-09 14:18:38Vaccini: negli immunodepressi efficacia minore, terza dose indispensabile. Tre studi
La salute? Oggi è anche una questione di abbigliamento. Già, proprio così, grazie ad una speciale maglietta “smart” che verifica i nostri parametri vitali e ci aiuta a fare prevenzione. Questa t-shirt sfrutta un tessuto costituito da speciali polimeri che riescono a rilevare i nostri parametri bio-vitali e di trasmetterli, in modo intelligente e super veloce, in 5G. Una vera e propria rivoluzione che parla anche italiano, visto che “YouCare”, questo il nome della maglia, è frutto di un progetto nato in collaborazione tra AccYouRate (azienda italiana), e il gigante tecnologico cinese ZTE. Oggi, va detto, questa maglietta straordinaria è ancora un prototipo, ma molto presto potrebbe entrare in commercio.
TESSUTO SMART
Come detto il segreto di questo “capo d’abbigliamento medico” è nel tessuto, fatto da polimeri ad alta tecnologia. YouCare è infatti tessuta in un materiale intelligente, in grado di rilevare parametri come un elettrocardiogramma, il respiro, le componenti del sudore, lo sforzo muscolare, la temperatura e di trasmetterlo per tutte le successive elaborazioni in 5G. Il suo materiale, più precisamente un polimero, è in grado di monitorare la salute, lo stress, i comportamenti di vita attivi, migliorando la sicurezza e la qualità della vita dei lavoratori, degli sportivi, degli anziani: in questo senso la tecnologia 5G consente una risposta veloce agli eventi critici e di prevenzione.
ASSISTENZA
Uno degli sviluppi in prospettiva più interessanti è quello della possibile applicazione di questa tecnologia nell’ambito delle cure primarie. Questa tecnologia apre la porta a nuovi servizi di tutela della salute nei settori della telemedicina, del lavoro, dello sport e del benessere della persona in generale. «È un’invenzione che cambierà la vita e la qualità dell’assistenza domiciliare e remota ai molti cittadini che attraversano problemi di salute e alle persone vulnerabili affette da malattie croniche, garantendo accessibilità ai servizi di assistenza e supporto del nostro network nazionale ed internazionale», ha spiegato Francesco Rocca, Presidente di Croce Rossa Italiana, e Presidente della Federazione internazionale delle società di Croce Rossa. I presupposti per questo passo nel futuro ci sono tutti, non resta che aspettare i prossimi passi in avanti.
https://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2021/10/Maglia-intelligente-.jpg5331016Redazione PreSahttps://prevenzione-salute.com/wp-content/uploads/2024/04/prevenzione-e-salute-1.pngRedazione PreSa2021-10-05 16:49:162024-06-09 14:18:45Una maglietta intelligente che misura il nostro stato di salute
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