Restrizione calorica e longevità: cosa dice lo studio pubblicato su Nature
La relazione tra restrizione calorica e longevità è stata oggetto di molti studi, un ultimo pubblicato su Nature e rilanciato da Ariela Benigni, segretario scientifico dell’Istituto Mario Negri IRCCS, in un intervento su Corriere Salute. Il focus è su una molecola presente naturalmente nell’organismo, l’acido litocolico, nei modelli animali sembra imitare gli effetti della restrizione calorica attivando la proteina SIRT1. Un meccanismo già noto per i suoi effetti benefici sull’invecchiamento cellulare.
I risultati, illustrati da due studi coordinati da Qiang Qu e colleghi, mostrano che l’acido litocolico è in grado di attivare SIRT1, una delle sirtuine coinvolte nella regolazione di processi cellulari fondamentali come metabolismo, infiammazione, stress ossidativo e longevità. La somministrazione della molecola su topi anziani ha prodotto effetti paragonabili a quelli indotti da una dieta ipocalorica: miglioramento della forza muscolare, rigenerazione del tessuto e migliore sensibilità all’insulina, senza effetti collaterali rilevanti né perdita di massa magra.
Digiuno e restrizione calorica: perché funzionano
Il meccanismo alla base della restrizione calorica non è legato semplicemente a un minor apporto energetico, ma a una risposta dell’organismo a una condizione di scarsità. Già negli anni Trenta si osservò che nei ratti una dieta ipocalorica prolungava la vita. Da allora, numerosi studi hanno confermato l’effetto positivo del digiuno o della riduzione calorica su vari organismi, inclusi moscerini della frutta, nematodi, topi e scimmie.
Negli ultimi decenni è emerso che la restrizione calorica stimola percorsi molecolari legati alla sopravvivenza cellulare. Tra i principali attori, le sirtuine (in particolare SIRT1) e le proteine mTOR e AMPK, che regolano il metabolismo energetico e la risposta allo stress. Tuttavia, replicare gli effetti della restrizione calorica nell’uomo con una dieta rigorosa a lungo termine è difficile e potenzialmente rischioso. Da qui l’interesse per mimetici della restrizione calorica, cioè molecole capaci di attivare gli stessi processi senza modificare radicalmente la dieta.
Il litocolico come mimetico del digiuno
Nel caso specifico, gli studi pubblicati su Nature hanno evidenziato come l’acido litocolico sia in grado di attivare SIRT1 in modelli murini e in cellule umane. In topi anziani trattati con questa molecola per circa un mese, i ricercatori hanno rilevato un miglioramento nella forza di presa, nella rigenerazione muscolare e nella tolleranza al glucosio, oltre a un incremento dell’attività di SIRT1 nei tessuti.
Il dato più interessante è che questi effetti sono stati raggiunti senza ridurre l’apporto calorico. Il litocolico ha quindi agito come mimetico della restrizione calorica, aprendo la strada a possibili terapie anti-invecchiamento che non richiedano modifiche estreme della dieta. Secondo l’esperta, questi risultati potrebbero avere implicazioni importanti anche nella prevenzione delle malattie croniche legate all’età, come diabete, sarcopenia e declino cognitivo.
Quali limiti restano e cosa sappiamo sull’uomo
Nonostante i risultati promettenti, non è stato ancora dimostrato un aumento della durata della vita nei mammiferi. I dati sugli effetti a lungo termine del litocolico sono limitati ai modelli animali e non esistono al momento studi clinici sull’uomo. Come osservato dalla stessa Benigni, l’efficacia del litocolico come mimetico della restrizione calorica resta da confermare con ulteriori studi sperimentali. Inoltre, l’acido litocolico è noto anche per il suo potenziale effetto citotossico a dosi elevate, pertanto il dosaggio e la sicurezza devono essere valutati con attenzione.
Resta aperta anche la questione se l’attivazione di SIRT1 sia sufficiente a replicare tutti i benefici del digiuno, o se sia solo uno dei meccanismi coinvolti. Le sirtuine, infatti, operano in sinergia con altri regolatori cellulari, e il loro ruolo nell’uomo non è ancora del tutto chiarito. Secondo una sintesi su Le Scienze, lo studio apre nuove prospettive nella ricerca sulla longevità, ma non fornisce ancora una soluzione applicabile clinicamente.

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