Vaccini in Italia: cresce la fiducia ma il 42% è confuso dalle troppe informazioni
Ogni anno i vaccini evitano tra 4 e 5 milioni di morti nel mondo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Hanno cancellato il vaiolo, fermato la poliomielite in Europa e ridotto il rischio di epidemie gravi. Proteggono chi si vaccina e chi gli sta accanto. Restano una delle misure più efficaci e meno costose della sanità pubblica. Eppure gli italiani non hanno ancora piena fiducia, nonostante sia cresciuta negli ultimi 10 anni.
Fiducia in aumento, ma adesione ancora condizionata da incertezza e scarsa percezione del rischio
Cresce la fiducia degli italiani nelle vaccinazioni. Secondo il Censis, quasi il doppio rispetto a un decennio fa dichiara oggi di avere fiducia nei vaccini: il 43%, contro il 22% registrato nel 2014. Un genitore su due afferma di fidarsi soprattutto dei vaccini garantiti dal Servizio sanitario nazionale. Nel 2014 erano il 30,7%. L’indagine «I nuovi tratti della cultura della vaccinazione in Italia» è stata condotta su un campione rappresentativo di 1.462 cittadini maggiorenni ed è stata presentata di recente a Roma.
Il quadro che emerge mostra una crescita della propensione alla prevenzione sanitaria, anche se permangono ostacoli legati alla percezione del rischio e alla qualità delle informazioni disponibili. Sei italiani su dieci ritengono più rischioso non vaccinarsi rispetto al rischio percepito legato alla vaccinazione stessa. L’adesione, però, resta condizionata dalla confusione informativa e da un atteggiamento culturale che, secondo l’85,9% degli intervistati, è oggi più negativo rispetto al passato.
L’esperienza del Covid-19 ha rafforzato l’attenzione alla prevenzione
Il Covid ha modificato in profondità il rapporto degli italiani con la prevenzione. Secondo il Censis, la pandemia ha spinto la popolazione verso una maggiore attenzione non solo ai vaccini, ma anche agli screening e ai controlli in assenza di sintomi, scelti dal 59,9% degli intervistati. Il 51,1% ha modificato lo stile di vita, con maggiore attenzione ad alimentazione e attività fisica.
La quota di chi dichiara di ricorrere alle vaccinazioni è salita al 36,9%, più del doppio rispetto al 2014, quando si fermava al 16,9%. Il 54,6% degli intervistati si dice disposto a effettuare una dose vaccinale aggiuntiva se serve ad aumentare la copertura e l’efficacia dei vaccini. I contrari sono oggi il 22,3%. La spinta generata dalla pandemia, tuttavia, sembra aver subito un rallentamento negli ultimi tre anni, con una sensibile diminuzione delle vaccinazioni, a eccezione dell’anti-Covid (84,8%) e dell’antinfluenzale (50%).
Informazione sui vaccini: tanta ma non sempre chiara. Il 42% è disorientato
L’informazione rappresenta un nodo centrale. Il 71,5% degli italiani si dichiara molto (7,5%) o abbastanza informato (64%). La conoscenza della vaccinazione anti-Covid raggiunge il 98,7%. Ma la percezione di un’informazione confusa è in crescita. Solo il 26,3% ritiene che le informazioni siano adeguate e chiare. Il 42% afferma invece che le informazioni sono molte ma contraddittorie e confuse, un dato in aumento rispetto al 32,5% del 2014. Internet è la fonte principale per ottenere informazioni, ma resta centrale il ruolo dei professionisti sanitari. Il 71,7% si affida al medico di medicina generale. Il servizio vaccinale delle Asl viene citato solo dal 20% degli intervistati come punto di riferimento per le vaccinazioni in età infantile e adulta.

Adesione molto alta per i figli, più bassa in gravidanza
La quasi totalità dei genitori intervistati ha vaccinato i propri figli: il 97%. L’adesione scende drasticamente per quanto riguarda la vaccinazione in gravidanza. Solo il 36,7% delle donne intervistate ha effettuato almeno una vaccinazione in gravidanza. Più della metà di chi ha figli dichiara che nessuno ha mai consigliato di vaccinarsi in gravidanza. I dati mostrano un divario tra comportamento e accesso all’informazione nelle diverse fasi della vita, con la prevenzione in età fertile ancora marginale nella comunicazione sanitaria.
Le vaccinazioni sono considerate essenziali, ma prevale un senso di fatica
Secondo il Censis, la vaccinazione è percepita come uno strumento utile soprattutto per proteggere chi è esposto al rischio: personale sanitario (89,3%), persone con patologie croniche (86,8%) e chi lavora o vive in ambienti a rischio di contagio, come insegnanti o persone ricoverate (86,7%). Tuttavia, la vaccinazione è meno vista come mezzo per prevenire direttamente la malattia.
Dopo la pandemia si registra un senso di fatica, anche rispetto alle campagne vaccinali. Il 90% si è vaccinato contro il Covid, ma solo un terzo pensa di farlo ancora in futuro. Poco più della metà è disposto a vaccinarsi contro l’influenza. Il valore collettivo della vaccinazione resta comunque riconosciuto. Il 95,3% ne riconosce il ruolo nella scomparsa di malattie come la poliomielite. L’84,4% ne sottolinea l’importanza per la protezione della comunità, e l’85,2% per la prevenzione individuale. Ma restano dubbi sull’efficacia e la sicurezza, percepiti come non ancora del tutto chiariti da una parte della popolazione.
Le proposte per aumentare l’adesione: più informazione dai medici, servizi più accessibili
Secondo il 56,3% degli intervistati, per aumentare l’adesione ai vaccini è necessario potenziare l’informazione e la consulenza da parte dei professionisti sanitari. Per il 27% occorre anche rafforzare la loro formazione specifica in materia di vaccinazioni. Sul piano organizzativo, le richieste principali sono la possibilità di vaccinarsi a domicilio per le persone più fragili (25,5%), il miglioramento dell’efficienza dei servizi vaccinali delle Asl (23%) e l’ampliamento dei luoghi in cui effettuare le vaccinazioni. Tra le strutture suggerite: ambulatori dei medici di famiglia, farmacie e scuole. La semplificazione dei percorsi e l’estensione dei presìdi può contribuire a ridurre gli ostacoli organizzativi, insieme a un’informazione più coerente e affidabile.



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