Protesi innovativa per il cuore, primo impianto nel Sud Italia alla Federico II
Una nuovissima protesi per il trattamento combinato dell’aorta ascendente e della valvola aortica è stata impiantata con successo, per la prima volta nel Sud Italia, dalla Cardiochirurgia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli. Il protagonista di questo risultato è un paziente di 52 anni, giunto al centro federiciano con una malformazione congenita che coinvolgeva valvola aortica, radice aortica e aorta ascendente. Nel tempo, la patologia era progredita fino a esporlo a un rischio elevato di rottura aortica acuta e, di conseguenza, di morte improvvisa. L’intervento ha trasformato un quadro clinico di estrema vulnerabilità in una storia di cura e di ritorno alla vita.
Perché intervenire: quando l’aorta diventa fragile
“Questo tipo di patologie, soprattutto quando congenite, influiscono sulla struttura dell’aorta, vale a dire il vaso sanguigno che trasporta tutto il sangue che va all’organismo, rendendola più fragile e più debole. Oltre un certo grado di severità è necessario intervenire con la sostituzione simultanea, ed in un unico intervento, sia della valvola aortica sia dell’aorta ascendente, per scongiurare il rischio di rottura improvvisa e quindi di una gravissima emorragia interna”, spiega il prof. Emanuele Pilato, Direttore della UOC di Cardiochirurgia dell’Azienda, che ha eseguito l’intervento insieme al dott. Giuseppe Comentale, cardiochirurgo del team federiciano. Le parole del professor Pilato sottolineano un principio cardine: quando l’integrità del tratto prossimale dell’aorta è compromessa, non basta riparare un solo elemento; serve un approccio combinato e risolutivo, capace di ristabilire un flusso ematico sicuro e di prevenire eventi acuti.
La tecnica adottata: il Bentall come “intervento unico”
L’impianto è stato realizzato con la tecnica di Bentall, procedura che permette la sostituzione completa della valvola aortica, della radice aortica e dell’aorta ascendente in un unico tempo operatorio. In pratica, si rimuove il segmento malato e si impianta una protesi che integra in modo armonico la funzione valvolare e la continuità del vaso, ripristinando sia la tenuta valvolare sia la robustezza del tratto iniziale dell’aorta. Questa tipologia di impianto, con la nuova protesi utilizzata a Napoli, è stata eseguita finora solo in cinque casi sul territorio nazionale e mai prima d’ora nel Sud Italia o in presenza di malformazioni congenite della valvola aortica. Il dato sottolinea la novità della soluzione e il livello di selezione dei casi in cui viene adottata, tipicamente i più complessi dal punto di vista anatomico e funzionale.
Tempi più brevi e recupero accelerato: cosa cambia per i pazienti
“Questo risultato – spiega il prof. Pilato – è frutto di un lavoro di equipe multidisciplinare e rappresenta senza dubbio un importante passo avanti nel trattamento combinato dei pazienti affetti da patologie dell’aorta e della valvola aortica. La nuova procedura consente di ridurre sensibilmente i tempi dell’intervento chirurgico e del recupero postoperatorio, eliminando al contempo la necessità di una terapia anticoagulante a vita. Si tratta di un vantaggio di grande rilievo nel contesto delle sindromi aortiche acute, ambito in cui il centro federiciano si conferma punto di riferimento, con oltre 50 casi trattati da gennaio 2025 ad oggi”. Il beneficio clinico è duplice: da un lato, minori tempi in sala operatoria e in terapia intensiva; dall’altro, un percorso di convalescenza più rapido e sostenibile, che incide direttamente sulla qualità di vita e sul rientro precoce alle attività quotidiane. L’assenza di terapia anticoagulante permanente riduce inoltre il carico farmacologico e i controlli ematologici, con effetti positivi sulla gestione a lungo termine.
Ricerca e cura: il Registro IRDeN come motore dell’innovazione
La spinta all’innovazione del centro napoletano si conferma anche sul fronte della ricerca clinica. La Cardiochirurgia del Federico II coordina infatti il Registro IRDeN – seguito dal dott. Comentale – finalizzato allo studio di un nuovo farmaco per la protezione del cuore durante l’arresto cardiaco, momento necessario negli interventi di cardiochirurgia. Le ricerche connesse al Registro sono già state oggetto di prestigiose pubblicazioni e di relazioni in ambito nazionale e internazionale. Il valore aggiunto di questo percorso è la ricaduta concreta nella pratica clinica: protocolli più sicuri, strategie di protezione miocardica più efficaci e una maggiore capacità di affrontare procedure complesse con margini di sicurezza crescenti.
“Integrare per innovare”: la visione della Scuola di Medicina
“L’integrazione tra ricerca ed assistenza, come dimostra il traguardo raggiunto, si traduce in innovazione scientifica, con un impatto significativo sulla pratica clinica.” È il commento del prof. Giovanni Esposito, Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia e Direttore del Dipartimento di Scienze Cardiovascolari. La cornice istituzionale è decisiva: l’alleanza tra università, ospedale e laboratori di ricerca consente di trasferire rapidamente nei percorsi di cura ciò che nasce in ambito sperimentale, con un ciclo virtuoso che coinvolge equipe cliniche, biologi, farmacologi, perfusionisti e infermieri specializzati.
Dalla sala operatoria al ritorno alla vita
Il decorso del paziente rappresenta la testimonianza più concreta dell’efficacia del nuovo impianto. È stato dimesso in tempi estremamente rapidi e, grazie all’utilizzo di questa protesi all’avanguardia, sta bene ed è ritornato alla sua vita quotidiana e lavorativa. Un aspetto particolarmente rilevante per tutti, e in modo speciale per i pazienti giovani o in età lavorativa, per i quali ridurre l’impatto dell’intervento sulla vita personale e professionale significa preservare progetti, relazioni e attività essenziali.
La prospettiva organizzativa: tecnologia e mini-invasività
“Investire in tecnologie e in un percorso di chirurgia mini invasiva cardiochirurgica permette di offrire ai pazienti cure sempre più efficaci, sicure e personalizzate”, conclude il Direttore Generale dott.ssa Elvira Bianco. La direzione indicata è chiara: integrare dispositivi d’avanguardia, competenze multidisciplinari e protocolli mini-invasivi per rendere la cardiochirurgia non solo più performante, ma anche più “gentile” dal punto di vista del paziente. In quest’ottica, il primato ottenuto dal Federico II non è un traguardo isolato, bensì una tappa di un percorso che mira a consolidare nel Mezzogiorno la capacità di offrire soluzioni d’eccellenza per patologie aortiche complesse.
Un segnale per il Sud e per la rete cardiochirurgica nazionale
Il primo impianto nel Sud Italia di una protesi per il trattamento combinato dell’aorta ascendente e della valvola aortica, eseguito con tecnica di Bentall e applicato anche in presenza di malformazioni congenite, ha un valore che supera il singolo caso clinico. È un messaggio di prossimità e fiducia per i pazienti del territorio, che possono contare su un centro capace di gestire condizioni ad alto rischio con strumenti e risultati di livello nazionale. La sinergia tra esperienza operatoria, ricerca e organizzazione ospedaliera resta la chiave per trasformare l’innovazione tecnologica in salute concreta, misurabile nel tempo di recupero, nella riduzione delle complicanze e nel ritorno pieno alla vita.
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