Dolore cronico, l’IA modula la stimolazione midollare
“Non abbiamo parole per esprimere la gratitudine per ciò che avete fatto, avete restituito l’autonomia perduta ad una persona che non era più in grado di fare un passo”. In un messaggio pieno di commozione la figlia di Marta (nome di fantasia per tutelarne la privacy) ha ringraziato l’équipe dell’UOC di Terapia Antalgica dell’Ospedale Monaldi, diretta dal dottor Alfonso Papa. È una testimonianza che condensa il senso profondo di un percorso clinico complesso, reso possibile dall’introduzione di un sistema di intelligenza artificiale capace di cambiare la traiettoria del dolore cronico: la piattaforma HFX iQ.
Il caso clinico: dal letto alla deambulazione autonoma
Marta è arrivata al Monaldi lo scorso febbraio da fuori regione. Soffriva di lombalgia severa con dolore bilaterale alle gambe, una condizione che le aveva tolto la possibilità di camminare. Nell’arco della giornata erano necessari analgesici endovena per provare a domare un dolore implacabile, accompagnato da nausea e vomito, che la costringeva a letto. Oggi, racconta la figlia, la situazione è radicalmente mutata: Marta cammina in modo autonomo, senza dolori né agli arti inferiori né a livello lombare; gestisce in autonomia la ricarica dello stimolatore e utilizza l’app sullo smartphone in cui è integrato il sistema di intelligenza artificiale. Una normalità riconquistata, passo dopo passo.
HFX iQ: quando l’algoritmo “ascolta” il dolore
La tecnologia HFX iQ rappresenta l’evoluzione della stimolazione midollare (SCS) nel trattamento del dolore cronico. Il principio è semplice da spiegare e complesso da realizzare: l’intelligenza artificiale “ascolta” il dolore, cioè interpreta in maniera coerente i dati soggettivi e oggettivi raccolti quotidianamente, e ottimizza i parametri di stimolazione fino a individuare la combinazione più efficace. In pratica, la terapia non si affida a una “foto” scattata in ambulatorio, ma a un “film” continuo della vita reale della persona, con adeguamenti progressivi e mirati.
Un percorso tracciato al Sud: i primi casi al Monaldi
Il Monaldi di Napoli è l’unica azienda del Mezzogiorno, e tra le tre in Italia, ad aver seguito la fase pre-commerciale di HFX iQ: i primi sette casi sono stati trattati tra fine novembre 2024 e marzo 2025, tra cui quello di Marta.
Questo dato non è soltanto una curiosità numerica, ma indica la capacità di una struttura pubblica di mettere in campo tecnologie di frontiera con protocolli rigorosi, portando innovazione dove spesso è più difficile farla attecchire.
I numeri del sollievo: fino al 90–100% e più attività fisica
“Dopo l’impianto – spiega il dottor Alfonso Papa – il sollievo riferito ogni giorno si è stabilizzato intorno al 90–100%, con un netto calo dei punteggi di dolore e senza aumenti di terapia farmacologica, mentre l’attività fisica è cresciuta”. Il sistema non si limita a registrare ciò che accade, ma interpreta e impara: è questo il passaggio chiave che differenzia un semplice dispositivo da una piattaforma terapeutica “intelligente”. Il risultato è la definizione precoce di una combinazione di stimolazione efficace che la paziente può richiamare tra i “preferiti” quando necessario.
Come funziona l’interazione quotidiana con l’app
Ogni giorno l’app pone quattro domande rapide: se sono cambiati i farmaci per il dolore, se è variata l’attività fisica, qual è l’intensità del dolore nelle aree trattate (scala NRS 0–10) e quale percentuale di sollievo viene percepita. Sulla base delle risposte, il sistema propone una raccomandazione semplice: restare sul programma attuale o provarne un altro. Il paziente può accettare o ignorare il suggerimento, salvando comunque i settaggi più efficaci tra i preferiti. Questo coinvolgimento strutturato rende la persona parte attiva della cura, favorendo responsabilizzazione e aderenza terapeutica.
Telemetria 24/7: più di 500 parametri al giorno
Alla componente “dialogica” si affianca una telemetria in continuo: 24 ore su 24 il sistema raccoglie oltre 500 parametri al giorno, generando report oggettivi pronti per il team clinico. Significa che medici e infermieri hanno a disposizione una ricostruzione immediata e dettagliata della storia terapeutica, con la possibilità di leggere l’andamento nel tempo, correlare i cambi di attività o di farmaci ai risultati percepiti e intervenire in modo tempestivo. In termini pratici, le visite di follow-up diventano più mirate e realmente utili, perché fondate su dati e non solo su ricordi o impressioni.
Dalla tecnologia alla qualità di vita
Il punto non è solo tecnologico. Per Marta, come per chi affronta il dolore cronico, l’obiettivo è la qualità di vita: tornare a camminare, dormire, muoversi senza la paura di un picco doloroso, pianificare le giornate senza il vincolo di infusioni endovena. La possibilità di richiamare con un tocco il profilo di stimolazione più efficace, di vedere il dolore scendere stabilmente e di ridurre la dipendenza da farmaci rappresenta un cambio di paradigma che incide sul benessere psicologico oltre che fisico.
L’impegno della struttura: innovazione accessibile
«Siamo orgogliosi di poter offrire ai pazienti che si affidano a noi soluzioni all’avanguardia, consapevoli che le tecniche e le tecnologie più avanzate devono essere accessibili a tutti, ancor più quando si parla di dolore cronico che ha un enorme impatto sulla qualità di vita. Tutto questo non sarebbe possibile senza la preparazione e l’eccellenza delle donne e degli uomini che ogni giorno sono al servizio dei nostri utenti», afferma la direttrice generale Anna Iervolino. Parole che ricordano come l’innovazione abbia bisogno di competenze, organizzazione e visione, soprattutto quando l’obiettivo è l’accesso equo alle cure.
Uno sguardo avanti: dati, personalizzazione e prossimità
L’esperienza maturata al Monaldi suggerisce una direzione chiara: terapie di neuromodulazione sempre più personalizzate, basate su dati raccolti in contesti reali, con algoritmi che affinano nel tempo la loro capacità di offrire sollievo. La tecnologia HFX iQ dimostra che la personalizzazione quotidiana non è un’utopia, ma un processo concreto in cui il paziente è protagonista e il team clinico guida e verifica. Il futuro, a partire da casi come quello di Marta, è fatto di percorsi misurabili, trasparenti e condivisi, in cui l’innovazione non resta un’etichetta, ma diventa un alleato tangibile per restituire autonomia.
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