Doping, quanti rischi per i giovani atleti
A quattro giorni dal via di Milano Cortina 2026 è emersa la notizia di un primo caso di positività in ambito olimpico: secondo quanto riportato da Adnkronos, la biatleta azzurra Rebecca Passler sarebbe risultata positiva a un controllo antidoping fuori competizione effettuato da Nado Italia mentre si trovava ad Anterselva, sede delle gare olimpiche di biathlon. La sostanza indicata è il letrozolo; per l’atleta si profila la sospensione, in attesa degli accertamenti e dell’iter previsto (che, come sempre, include garanzie procedurali e la possibilità di chiarire le circostanze della positività).
Al di là di quanto accaduto alla campionessa azzurra, il doping è un problema molto importante al quale occorre prestare la massima attenzione soprattutto in relazione ai giovani.
Perché anche un “caso olimpico” parla alle palestre e ai campetti
Il letrozolo rientra nella categoria dei “modulatori ormonali e metabolici”: è un inibitore dell’aromatasi e, come tale, è inserito nelle liste delle sostanze proibite. Il punto, sul piano della salute pubblica, non è il singolo principio attivo, ma la logica che spesso lo accompagna: intervenire artificialmente su equilibri ormonali e metabolici per inseguire un vantaggio o per “correggere” gli effetti collaterali di altre sostanze.
Nei giovani i danni possono essere più profondi
Negli atleti in crescita, il doping non è solo una violazione delle regole: è un’accelerazione forzata su un organismo non ancora stabilizzato. Le evidenze e le principali fonti medico-divulgative indicano rischi che vanno dal sistema cardiovascolare (pressione alta, eventi acuti) al fegato, fino a effetti psichiatrici (irritabilità, aggressività, sbalzi dell’umore) e, in età adolescenziale, possibili interferenze con i processi di sviluppo e maturazione.
C’è poi un aspetto meno visibile: l’idea che “valere” coincida con la prestazione. Nei giovani, la spinta può nascere dalla pressione (competizione, social, aspettative familiari o dell’ambiente), dall’ansia di risultati rapidi, o da obiettivi estetici mascherati da obiettivi sportivi. In questo quadro, il doping diventa spesso la scorciatoia di un disagio: non solo sportivo, ma identitario.
Non è un fenomeno marginale
I dati europei mostrano che l’esposizione a sostanze “per performance” esiste già tra i 15-16enni: nel rapporto ESPAD2024 l’uso di steroidi anabolizzanti (auto-riferito) risulta presente, pur con percentuali complessivamente contenute (media europea 1,5% come uso “lifetime”). Anche numeri apparentemente piccoli contano, perché in sport giovanili e contesti di gruppo la normalizzazione può diffondersi rapidamente.
Il “confine grigio” di integratori e prodotti online
Per i giovani atleti, una parte del rischio passa dagli integratori: non tanto per ciò che promettono, quanto per la possibilità di contaminazioni o ingredienti non dichiarati. Il consenso scientifico in ambito sportivo invita a una valutazione prudente: il possibile beneficio “marginale” va pesato contro il rischio di danno e di positività involontaria.
Prevenzione: meno moralismi, più strumenti concreti
Se l’obiettivo è proteggere davvero i giovani, servono interventi pratici e coerenti:
- educazione continua su liste proibite, integratori e procedure antidoping (non solo “lezioni una tantum”);
- accesso facile a figure competenti (medico dello sport, nutrizionista, psicologo dello sport) per gestire performance, corpo, stress;
- responsabilità del contesto: società sportive e adulti di riferimento devono misurare il successo anche su salute, progressi e sostenibilità.
In questa direzione si muovono anche le piattaforme e i materiali di educazione antidoping messi a disposizione da WADA, pensati proprio per atleti e personale di supporto, inclusi percorsi per i più giovani.
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